E’ difficile trovare un alfabeto che metta in comunicazione le solitudini  e le emarginazioni feroci di questo mondo; è difficile permettere loro di parlarsi e magari tendersi una mano invece di schierarsi, come per un inevitabile riflesso condizionato, le une contro le altre. Ieri sera ho visto ‘La Prima Neve’, opera seconda del regista-documentarista Andrea Segre ed ho provato sollievo. O meglio, ho provato tante cose: sconforto, rabbia, commozione, empatia, ma soprattutto ho provato sollievo.

Questa storia, ambientata nell’estremo Nord, mette insieme diverse anime danneggiate che si ritrovano a fare cassa comune dei traumi vissuti, finendo per trovare conforto nella similitudine di destini con gli stessi che avevano percepito come quanto di più lontano da loro: un immigrato del Togo che, dopo un impietoso viaggio verso la salvezza, morta la moglie di parto, si ritrova solo, in terra straniera, con una bimba che, colpevole di rievocare in lui  dolori insuperabili, non è in grado di amare; un vecchio apicoltore che vive nell’isolamento del suo bosco a raccogliere il miele, estraneo al mondo che corre aldilà di quegli alberi; un  bambino undicenne, che cresce nell’amputazione affettiva di un padre appena perso e nel bisogno di costruirsi un’identità nel non-luogo di una valle troppo lontana dalle coordinate comportamentali che necessitano per orientarsi sul sentiero dell’integrazione sociale.

Questi ed altri personaggi compongono il caleidoscopio umano con cui Segre racconta le tortuosità del quotidiano per coloro i quali non hanno ancora trovato un posto nel treno del mondo ad alta velocità. Impossibile davanti a questi squarci di finzione non ritrovare le immagini  di una realtà che quotidianamente declina questi stessi drammi nelle forme più diverse. Le speranze seccate al sole d’interminabili epopee marine di un’immigrazione disperata e  disordinata fanno coppia con le aspettative deluse di tanti italiani banditi dal progresso del loro stesso paese ( progresso che poi in realtà è una sottomarca del progresso, un’imitazione abbozzata e caricaturale del mondo a banda larga in cui la scalata sociale è a portata di clic).

Ebbene la dannata beffa che ci si trova a vivere è che questi eserciti della disperazione spesso si trovano schierati gli uni contro gli altri, a combattere malconci e claudicanti  la più miserabile delle guerre tra poveri, disposti a scannarsi per un tozzo di benessere in più. E la politica che intercetta, o almeno così dicono, le rabbie collettive, non fa nulla per ascoltare, trascrivere e divulgare queste intercettazioni  (compito al quale potrebbe dedicarsi con cura tra l’altro, essendo ormai quasi del tutto priva di altre mansioni) al fine di pacificare gli animi e spingerli a coalizzarsi contro un’economia mondiale che li sta uccidendo. “Le cose che hanno lo stesso odore debbono stare insieme”, e’ il leitmotiv del film, e se si temesse un po’ meno la retorica, questo potrebbe essere il comandamento a cui rifarsi nell’aspettativa di un mondo che combatta la crisi con l’aggregazione anziché con una parcellizzazione patologica e sanguinaria. Perché, fino ad allora, nello sconforto di un mondo che corre non si sa dove e al quale non si riesce a stare dietro, ciascuno ha bisogno di un nemico, di un capro espiatorio che funga da sedativo al livore e alla frustrazione; e finché i disperati fanno da capri espiatori ai disperati, la politica tutto sommato si sfrega le mani e si gode sorniona ancora un po’ di pace.