“Nessuna influenza mafiosa in Comune”. Il sindaco Pd di Vimercate, paesone della Brianza, risponde così al Fatto Quotidiano che il 19 ottobre ha pubblicato un articolo riportando le parole del pubblico ministero Marcello Musso sul “condizionamento ambientale” dell’amministrazione locale come sintomo del metodo mafioso. Tradotto: per influenzare la vita amministrativa non è necessario avere il rapporto diretto con il politico, basta che assessori e consiglieri siano consapevoli della presenza dei clan sul territorio.

Paolo Brambilla, primo cittadino di Vimercate, parla in maniera pacata. Diversi i toni dei gruppi consiliari di maggioranza (Pd e Sel) i quali, nell’annunciare un presidio davanti al Municipio per mercoledì, parlano di “fango” sul comune di Vimercate alimentato dal Fatto Quotidiano, “il cui articolo – ragiona Giorgio Brambilla, segretario locale del Pd – ha poi scatenato i quotidiani locali”. Il sindaco, però, spiega: “Il presidio non ha natura istituzionale”. L’iniziativa è dei gruppi consiliari. “Saremo in piazza – dice Giorgio Brambilla – per raccontare che noi amministratori non abbiamo rapporti con le cosche”. Insomma, si manifesta contro Il Fatto e non per denunciare gli affari della ’ndrangheta in Brianza. Dopodiché al quesito sulla presenza della mafia a Vimercate, la risposta è questa: “Direi di no, ma la domanda fatela ai carabinieri”. Vediamo allora i fatti. Nel settembre 2012, la Dia di Milano arresta quattro persone per tentata estorsione e tentato sequestro di persona. In galera finiscono i fratelli Miriadi, Vincenzo e Giovanni. Con loro anche Mario Girasole, fratello di Lara, tra le fondatrici della sezione locale del Partito democratico, politicamente legata all’ex vicesindaco, oggi parlamentare Pd, Roberto Rampi. Quello dei Miriadi è un cognome noto nella zona. Il padre dei due, Assunto Miriadi, fu ucciso dalla ’ndrangheta nel 1990.

Torniamo agli arresti del 2012. L’inchiesta parte dalla denuncia di Giuseppe Malaspina, imprenditore calabrese nel settore edile. Alla spalle ha una condanna per omicidio e nella sua azienda hanno lavorato uomini della ’ndrangheta. In questo caso, Malaspina interpreta il ruolo di vittima. Al centro c’è un terreno conteso sul quale i Miriadi accampano pretese legate a loro presunti macchinari scomparsi. Vogliono un milione di euro. Malaspina si rifiuta e intanto avvia in Comune una pratica edilizia legata al terreno. Questo l’incipit. Poi l’ordinanza d’arresto e i capi d’accusa non aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso. A processo iniziato davanti ai giudici del tribunale di Monza, poi, il fascicolo passa nelle mani del dottor Musso che riformula i capi d’imputazione aggravati dal metodo mafioso.

Nella sua requisitoria il pm parla di “condizionamento ambientale” subito dagli amministratori comunali (non indagati). Il ragionamento è legato al terreno sul quale Malaspina vuole costruire. La pratica arriva in Comune nel marzo 2011. Pochi giorni dopo iniziano a farsi sentire i Miriadi. Nell’ottobre 2011 il fratello di Malaspina sfugge a un tentativo di sequestro. L’imprenditore denuncia e iniziano gli atti intimidatori. Quindi il Comune fa marcia indietro sulla pratica. L’accusa: “Esiste un nesso cronologico diretto tra pratica comunale di lottizzazione e atti intimidatori dei Miriadi”. Quindi conclude: “Questa è una manifestazione dell’agire del gruppo Miriadi con metodo mafioso” che “deve essere ravvisata come turbamento di un ordinario corso amministrativo- comunale”.

Ma per il sindaco di Vimercate, la ricostruzione non sta in piedi. “Il progetto edilizio viene bocciato nel febbraio 2013”. Dal canto suo, il pm, per sostenere la sua tesi, porta una lettera di Roberto Rampi inviata ai carabinieri di Vimercate e poi trasmessa alla Dia. Nella missiva, scritta dopo gli arresti, il deputato Pd spiega il suo rapporto con Lara Girasole. Rapporto legato solo alla politica. Tanto che la ragazza non viene indagata. Per l’accusa la lettera che “giustifica i rapporti con Lara Girasole” è l’esempio del “condizionamento ambientale”. La spiegazione di Rampi è diversa: “Mi è sembrato giusto – dice – comunicare ai carabinieri le informazioni di cui ero in possesso”. La ricostruzione dell’accusa, ragiona ancora Rampi, invece, “fa passare il messaggio che, pur avendo informazioni utili alle indagini, queste vadano taciute”. Ma tutto ciò c’entra molto poco con le accuse rivolte al Fatto di voler gettare fango su una amministrazione di sinistra.

da Il Fatto Quotidiano del 27 ottobre 2013