“Smettetela. Votate il budget e andiamo avanti”. E’ durissimo Barack Obama con i repubblicani. Nel momento in cui annuncia la sua telefonata con Hassan Rohani, la prima di un presidente americano con un leader iraniano dal 1979, Obama preme sui repubblicani della Camera perché votino la legge che rifinanzia il governo federale. In caso contrario, avverte, i repubblicani si prenderanno la responsabilità di “far fallire l’economia americana”. Mancano poche ore alla scadenza della mezzanotte tra lunedì e martedì quando, a meno di una nuova misura che aumenti la capacità di spesa, il governo Usa sarà costretto a ridurre radicalmente alcuni suoi servizi: migliaia di dipendenti pubblici verranno messi in congedo forzato e senza stipendio; chiuderanno musei, parchi, strutture gestite dal governo; i pagamenti delle agenzie federali subiranno consistenti ritardi.

Per evitare il default, nella serata di venerdì il Senato ha votato una misura – 54 contro 44, democratici contro repubblicani – per mantenere solvibile il governo almeno fino al 15 novembre. La legge torna a questo punto alla Camera, dove però il passaggio resta incerto. I repubblicani sono infatti disponibili a votare nuovi finanziamenti federali a condizione che questi siano legati a una misura che de-finanzi, quindi in pratica cancelli, l’odiata riforma sanitaria di Barack Obama: l’ “Affordable Care Act“. L’impresa, mettere una pietra sopra l’Obamacare, è praticamente impossibile, anzitutto perché la riforma sanitaria è ormai legge e poi perché i singoli Stati, le compagnie di assicurazioni, le aziende farmaceutiche, gli americani si sono preparati alla sua entrata in vigore, dal 1 di ottobre.

L’Obamacare è però, agli occhi di molti conservatori americani, anzitutto per chi si identifica nella politica del Tea Party, il pezzo di legislazione più odioso degli ultimi decenni; quello che meglio sintetizza il carattere arrogante del governo federale e la sua invasività nelle vite degli americani. Per questo, per venire incontro, lusingare, compiacere le truppe dei conservatori, alcuni senatori e deputati negli ultimi giorni hanno fatto di questa strategia – voto sul budget in cambio di cancellazione dei finanziamenti all’Obamacare – una delle loro bandiere. Ted Cruz, Marco Rubio, Rand Paul si sono scagliati contro la riforma sanitaria e ne hanno chiesto la fine ancor prima che entri in vigore. Ted Cruz, il quarantaduenne iper-attivo senatore texano che è tra i favoriti del Tea Party, si è anche lanciato in un intervento nell’aula del Senato di ben 21 ore per ritardare il voto e proclamare la sua opposizione alla sanità di Obama. Tutti sanno molto bene che la battaglia è soprattutto “di testimonianza”, senza alcuna possibilità di riuscita in quanto manca dei voti al Senato. Ma la fanno comunque, perché è una battaglia destinata ad assicurare le simpatie e l’appoggio dei conservatori, fondamentali nelle fase iniziale delle primarie presidenziali.

Cruz, Rubio e Paul non hanno sinora fatto grande mistero sulla possibilità di entrare in lizza per la Casa Bianca nel 2016; Cruz, in coincidenza con la sua maratona di 21 ore al Senato, ha anche organizzato una cena elettorale in cui gli ospiti che hanno pagato 2500 dollari a testa per finanziare il suo comitato di azione politica. La “grana”, perché di un’enorme “grana” si tratta, passa dunque ora a John Boehner, lo speaker repubblicano della Camera, che deve decidere se capitolare ad Obama e ai democratici, e votare il rifinanziamento così com’è, oppure continuare la battaglia contro l’Obamacare. Nel primo caso, se chiede di votare il budget nella sua attuale forma, Boehner si attira le critiche di milioni di aderenti al Tea Party e agli altri gruppi conservatori, che già lo accusano di eccessiva condiscendenza e sudditanza nei conti di Obama; nel caso invece decida di portare lo scontro alle estreme conseguenza, Boehner potrebbe essere additato come uno dei responsabili del fallimento del governo Usa e della sua incapacità di onorare i propri impegni finanziari.

Obama gliel’ha già ricordato, spiegando che lo “shutdown” del governo significherà, tra le altre cose, impossibilità di pagare gli stipendi ai soldati impegnati in azioni militari all’estero e chiusura delle attività scolastiche per milioni di bambini, lasciati senza insegnanti nelle aule scolastiche. Sullo sfondo della battaglia sul debito, si delinea comunque uno scontro tra fazioni repubblicane che scorre sotto la superficie politica da anni e che in quest’occasione è venuto esplicitamente alla luce. Da un lato c’è la leadership repubblicana, fatta da senatori e deputati da anni al Congresso, più moderati, non fosse altro che per la lunga permanenza a Washington, più portati al compromesso e insofferenti, in molti casi anche ostili, alle iniziative che rincorrono la base e le spinte più radicali; dall’altro c’è una schiera di senatori ma soprattutto deputati, generalmente più giovani e con meno esperienza, portatori delle istanze della base e che a questa demandano il proprio futuro politico. A rappresentare i primi c’è gente come John McCain, o il senatore Tom Coburn, che si sono detti assolutamente contrari a far fallire il governo USA in nome della battaglia sulla sanità. “Non prendi in ostaggio qualcuno contro cui sai già che non potrai sparare, e noi non possiamo sparare contro questo ostaggio”, ha spiegato Coburn, sottintendendo che “l’ostaggio” è il governo che non si può far sprofondare. Per i secondi ha parlato Rand Paul, secondo cui “bisogna continuare la battaglia, è quello che la gente vuole”. A Boehner toccherà, nelle prossime ore, cercare un difficile, forse impossibile equilibrio. Per trovare un accordo lo speaker ha convocato una riunione dei repubblicani per sabato pomeriggio. Entro domenica dovrebbe esserci il voto della Camera che stabilirà se il governo Usa è destinato a chiudere, almeno temporaneamente, i battenti.