Si è conclusa per esaurimento l’assemblea convocata a Roma dal Partito democratico per definire calendario e regole del prossimo congresso. Un nulla di fatto sulle regole che può essere iscritto virtualmente a bilancio agli avversari dell’ascesa di Matteo Renzi alla segreteria del partito, a cominciare dal premier Enrico Letta e dall’ex segretario Pierluigi Bersani. Anche se, per ammissione di tutte le parti in causa, il voto con cui l’assemblea ha stabilito il calendario, fissando le primarie per il prossimo 8 dicembre, di fatto spiana la strada all’ascesa del sindaco di Firenze alla leadership del Pd. Tutte le strade, infatti, portano a Renzi.

Di fatto, e per paradosso, ormai solo la tenuta del governo Letta si frappone tra Renzi e la segreteria del partito. Solo un crisi autunnale di governo, infatti, potrebbe pregiudicare il percorso congressuale e l’ascesa del rottamatore al vertice del Pd; il che, in questo momento, rende Letta il più acerrimo avversario interno di Renzi. Al tempo stesso, però, è scontato che di fronte alla malaparata sarebbe proprio Letta il primo a indicare in Renzi il proprio messia e farsene profeta; per certo ottenendo in cambio un ministero di peso come la Farnesina.

Che a far rinviare il voto sulle regole siano stati sopratutto i lealisti del governo Letta insieme alla componente bersaniana risulta quantomeno dalle loro defezioni sul finire dei lavori. Assenze che, pur non facendo mancare il numero legale, ponevano comunque in forse esiti e legittimità delle votazioni sulle modifiche statutarie, consigliando perciò il segretario Guglielmo Epifani a rinviare proprio per “questione di numeri”. L’area legata all’ex segretario respinge però ogni addebito, scaricandolo sulla sola componente lettiana. Perché è vero che Bersani vorrebbe in tutti i modi frenare l’ascesa interna del suo contendente alle primarie, ma è ancor più vero che l’ex leader, insieme a tutta l’area post Ds, è sempre più preoccupato per la tenuta del partito rispetto alla compartecipazione nel governo di larghe intese.

E’ invece Letta che, insieme al capo dello stato Giorgio Napolitano, vorrebbe tenere in tutti i modi il governo al riparo da ogni tipo di ripercussione. Il premier si tiene defilato dal dibattito interno, ma al tempo stesso manovra per schivare gli affondi che arrivano dal suo stesso partito, nonché per cercare di rinviare la scadenza congressuale. Ma senza successo. Nel corso della relazione introduttiva, infatti, il segretario Epifani non ha mancato di muovere rilievi sull’azione del governo Letta. Che nella mattinata di sabato è stato oggetto anche degli (applaudissimi) strali di sinistra da parte di Gianni Cuperlo, oltre che delle critiche di Renzi, intento a esortare il Pd a “vincere da solo” per chiudere una volta per tutte la partita col berlusconismo.

“Se c’è uno sconfitto è Letta”, osservano dunque alcuni dirigenti uscendo dall’assemblea in via della Conciliazione. Le manovre dilatorie sul congresso, infatti, sono destinate a finire in nulla probabilmente già in occasione della prossima direzione del 27 settembre. Dopodiché inizierà l’iter congressuale ufficiale, che prevede la presentazione delle candidature entro l’11 ottobre e il voto delle primarie per la segreteria l’8 dicembre.

Lo stesso Bersani, per quanto pronto a dar battaglia dentro il partito contro l’ascesa di Renzi, non è invece disposto a veder sacrificato il Pd sull’altare del governo di larghe intese, di cui non è mai stato convinto nemmeno da premier incaricato. Anzi, la componente legata all’ex segretario si dice molto preoccupata dal fatto che le politiche del governo stiano mettendo in sofferenza la base del Pd. E i prossimi interventi economici per far rientrare nei parametri (del 3 per cento) il rapporto deficit/pil potrebbero rivelarsi fatali. Se non per il governo, per il Pd, obbligandolo a chiamarsi fuori.

La caduta del governo Letta, paradossalmente, potrebbe anche diventare un freno all’ascesa di Renzi alla segreteria del Pd, scombinando il calendario politico. Ma nessuno crede che tra Letta e Renzi possa esserci una contesa, come forse si augura qualche dirigente di lungo corso. Anche perché in caso di caduta del governo, chiunque sia a sfilarsi dalla maggioranza, l’astro di Letta subirebbe sicuramente un appannamento. E proprio questa eventualità porterebbe Letta a diventare il primo fautore della corsa di Renzi non solo alla segreteria ma anche alla premiership in nuove elezioni.