Atti Impuri_Lello VoceSono state date per morte mille e mille volte le riviste di letteratura e di poesia. Mille e mille di più di quanto non sia toccato all’arte tutta (che pure ha la buona abitudine, dal Moderno in avanti, di decedere spesso e volentieri) e mille ancora in più di quanto si paventa per il romanzo (che boccheggia e soffoca e poi risorge, pletorico, solo per tornare, poco dopo, a un passo dal sacello).

Sempre più spesso è accaduto da quando si è pensato che potessero essere sostituite dai blog letterari, anche se la faccenda non sta in piedi e, infatti, è cascata da sé. Per carità, sempre di letteratura scritta, ‘muta’, si tratta, ma la scrittura dell’una (la rivista) niente ha a che vedere con la scrittura dell’altro (il blog): la rivista è integralmente un libro, fatto di scrittura lineare, divisa nelle unità ‘finite’ delle pagine, mentre il blog è fatto di scrittura tabulare, più simile a un rotolo di papiro che a un libro. Si leggono entrambi, ma si tratta di letture totalmente diverse.

Detto questo, ogni volta che le prefiche di turno danno la stura ai loro pianti rituali a me viene malinconia, perché le riviste, questo prodotto così assolutamente Moderno, finché sono vissute (e sin che vivranno, magari sotto forme mutagene e mutanti), sono state l’insegna di una letteratura viva, fatta di polemiche, tendenze, dialogo, conflitto, nostalgia del futuro.

Non a caso, quando sembrava proprio che i corvi del malaugurio avessero ragione, era il tempo del riflusso più atroce, tra gli ‘80 e fine secolo, quando la letteratura (e più ancora la poesia) sembrava preda dello stessa sbornia yuppie di tutta la nazione (che in parte non è più passata, né alla letteratura, né alla società). Ma poi le riviste, sia pure stentatamente dal punto di vista commerciale, hanno continuato a vivere e il presente ci dice che la soluzione non era nella scelta tra carta e digitale, quanto piuttosto nella capacità di unirle, metterle in relazione, in sinergia.

Non a caso i curatori di quella che, a mio parere, è, attualmente, la migliore tra le riviste letterarie italiane, Atti Impuri, i componenti dell’autore collettivo torinese Sparajurij Lab, preferiscono piuttosto definirla con prudenza un «luogo di scritture», fatto di carta, certo ma anche di bit, quelli di un sito, che è tra i più vivaci e originali del Web nostrano.

Appena rinnovata nella veste editoriale cartacea, Atti Impuri diviene un bimestrale senza rinunciare a nulla del ricco palinsesto letterario cui aveva abituato i suoi lettori (e i naviganti che attraccano al suo porto digitale), capace di mescolare il coraggio di dare voce agli autori più scomodi e ‘nuovi’ della nostra poesia e la lungimiranza di dare spazio alla prosa di racconto (in Ytaglia assassinata giornalmente dal pletorico chiacchiericcio del romanzo), la voglia di trasformare la poesia in un atto anche orale e ‘politico’ (penso al Poetry Slam) e l’accuratezza e la sensibilità nel riconoscere quanto di più intenso e profondo c’è nei versi della poesia italiana contemporanea su carta. 

E, come se tutto questo non bastasse, Atti Impuri è stato ed è un palcoscenico su cui per la prima volta voci importantissime delle letterature straniere hanno infine trovato quello spazio che il provincialismo della nostra editoria mainstream continua a negargli.

Penso a decine di autori, dai più giovani ai maggiori, totalmente sconosciuti da noi, per stare ai primi due numeri di questa nuova serie, alla prosa dell’argentino Roberto Arlt, o a quella del portogheseHerberto Helder, un lusitano che a volte non fa rimpiangere Pessoa, o del russo Vladimir Kazakov, isolato maestro del secondo Novecento, dell’autore d’origine marocchina Abdellah Taïa, vera e propria star tra i giovani francesi, che fa risuonare l’anatema roco che attraversa la notte insonne dei migranti di Belleville, un quartiere che qua da noi è conosciuto grazie a scritture ben più pacificate.

Il risultato di questo mix non è marmellata postmoderna, quanto piuttosto quello che definirei un simplesso letterario, un luogo di relazioni, reti, rizomi, dove poetiche e prassi diversissime, ma allo stesso gradiente d’intensità, si scontrano, si incontrano e magari, chissà, si trasformano. Perché la poesia, la letteratura, se preferite, non è, se non relazione, dialogo, attrito. Mescolando carta e bit. La poltrona del lettore e lo schermo dell’internauta. La tradizione e l’avanguardia, il pop e la ricerca più raffinata. Perché la poesia non si dà che per impurità. È un atto impuro, per l’appunto.