Uno dei più straordinari e potenti atti d’accusa contro le guerre americane degli ultimi anni viene proiettato nel corso del Milano film festival (il 10 settembre, al Teatro Studio, alle 20.30). Dirty wars, scritto e interpretato da James Scahill, diretto da Richard Rowley, segue la storia di Scahill, un reporter investigativo della rivista “The Nation”, da anni impegnato nel racconto di tanti teatri di guerra nel mondo: Afghanistan, Iraq, Somalia, Yemen, la ex-Jugoslavia.

L’occasione che dà il via alla storia è un raid delle forze armate Usa a Gardez, in una zona afghana al confine con le aree tribali del Pakistan. Quello che in un primo tempo pare uno dei tanti attacchi dei militari americani contro obiettivi talebani, si rivela in realtà qualcosa di molto diverso. E misterioso. Nell’azione, avvenuta mentre in una casa si celebrava una grande festa, sono stati uccisi tre donne e due uomini, tra cui un funzionario di polizia addestrato dagli stessi militari americani. Indagini successive, e le testimonianze dei parenti, rivelano che dai corpi delle vittime sono state estratte le pallottole, per cancellare ogni prova dell’azione dei militari Usa.

Foto di Richard Rowley

Comincia così un viaggio, giornalistico, politico, esistenziale, che conduce Scahill in giro per le aree più remote dell’Afghanistan, ma anche in Iraq, Somalia e Yemen, sulle tracce del Joint special operation command (Jsoc), un corpo segreto e potentissimo composto da militari di cui non si conoscono i nomi, alle dirette dipendenze della Casa Bianca, responsabili di una serie di operazioni in ogni parte del mondo. Il loro motto è “trovare, fissare e finire” i loro obiettivi, al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare e politico, senza limiti di appartenenza nazionale; anche i cittadini americani possono tranquillamente finire nella “kill list” del Jsoc. Il viaggio di Scahill lentamente si allarga, arriva a toccare l’assassinio di Anwar al-Awlaki e le prigioni segrete della Cia, mentre davanti all’obiettivo della camera si compone un puzzle di storie, emozioni, destini pubblici e privati: i militari della war on terror, gli uomini e le donne oggetto dei raid e degli attacchi droni, i politici di Washington, i soldati che alla fine hanno deciso di lasciare l’esercito perché non ce l’hanno fatta a continuare con la guerra.

Dopo un’ora e mezza di racconto mozzafiato, si esce dalla visione di Dirty wars con un’idea in testa: quella di una guerra scappata di mano ai suoi stessi autori, persa in un labirinto di responsabilità e rivoli decisionali di cui non si riesce più a comprendere l’origine; un gigantesco Leviatano che condiziona le vite di milioni di persone in ogni punto del globo. Scahill e il suo regista, Rowley, ci raccontano che quasi nulla è in fondo cambiato con il passaggio della Casa Bianca da George W. Bush a Barack Obama e che il mondo continua a restare “un gigantesco campo di battaglia”.

Documentario girato come un thriller poliziesco, pamphlet politico di straordinaria intensità visiva, Dirty wars racconta uno dei tratti salienti della nostra modernità: la limitazione globale dei diritti e delle libertà. Un messaggio che il recente scandalo della National security agency, e i nuovi venti di guerra in Siria, rende ancora più urgente ed attuale.