“Fucking catholics!”, dice in un momento di stizza il protagonista maschile di Philomena, ventesimo film di Stephen Frears in concorso a Venezia 2013. Martin Sixsmith è un celebre e raffinato giornalista british, esperto di politica internazionale, licenziato per un malinteso linguistico dallo staff del governo Blair, e che per sopravvivere è alle prese con la storia da rotocalco dell’anziana Philomena (interpretata da una Judi Dench sempre regale) decisa a ritrovare il figlio che le suore cattoliche di un convento irlandese le hanno “rubato” 50 anni prima per darlo in adozione.

Chissà se nella versione italiana, nelle sale a febbraio 2014 e distribuita da Lucky Red, la frase rimarrà o sarà al contrario tradotta con parole meno aggressive. Tanto per dire dei pregi di una visione in lingua originale, e di un’ottima resa nella rappresentazione caratteriale dei due protagonisti: lui, un signore da cultura “alta”, capace di doppi sensi ed ironia; lei, pia donna cattolica, imbevuta di ingenuità. Nel 1952 Philomena è ospite di un gruppo di severe suore maddaleniane d’Irlanda (che appartengono allo stesso ordine delle religiose nel film Magdalene di Peter Mullan, vincitore del Leone d’oro nel 2002). Rimane incinta ma le consacrate la fanno partorire tra atroci dolori, poi cedono il bimbo ad una facoltosa coppia di statunitensi, e dopo quasi mezzo secolo non vogliono dirle che fine ha fatto il figlioletto ormai cresciuto. Un gesto che di fatto è stato storicamente compiuto da molti istituti religiosi ed è stato raccontato dal “vero” Sixsmith nel 2009 in un libro.

“Non mi sono mai preoccupato del valore sociale di questo film e di quelli che faccio”, ha spiegato il regista britannico, “in Philomena assieme agli sceneggiatori John Pope e Steve Coogan (celebre comico della tv e del cinema inglese, qui anche interprete principale del film e produttore, ndr) abbiamo mescolato humour e tragedia in eguale misura. L’argomento, certo, è controverso, ma la complessità morale mi attrae. Poi ovviamente io parteggio per la visione cinica del mondo del giornalista”. L’elemento (attenzione: spoiler) che ribalta gli elementari canoni di scrittura cinematografica, e che fa arrabbiare il Sixsmith del film, riguarda Philomena decisa a perdonare la chiesa cattolica proprio quando, appena iniziato il viaggio di ricerca in Irlanda e Stati Uniti, il tour subito finisce perché il figlio mai visto, con una carriera prestigiosa sotto altro nome nello staff di Reagan, è morto di Aids nel 1995.

“Io non avrei avuto la profondità d’animo di perdonare”, racconta Dench, “come del resto ha fatto l’altra figlia che la donna ha avuto. Va anche detto che non ci vedo un’accusa diretta alle suore di santa Maria Maddalena perché tra loro c’era chi salvava qualche bambino da un drammatico destino”. “Anche se nel film critichiamo le istituzioni religiose”, aggiunge l’ottimo Coogan, convincente nel modulare umorismo e j’accuse morale nel film, “abbiamo comunque voluto dare dignità a chi ha una fede semplice e viene dimenticato dalla Chiesa di oggi. Un attacco semplicistico al cattolicesimo sarebbe stato inutilmente polemico”. “Un desiderio?”, ha chiosato ironicamente Frears, “che il film venga visto da papa Francesco. Mi sembra bravo, e potrebbe essere arrivato il tempo di fare uscire allo scoperto quello che è successo in passato”. Anche se è Dench, altra Coppa Volpi come miglior attrice, ad aggiungere sarcasmo e ironia: “Magari il film l’ha già visto…”.