La guerra civile è un danno indicibile che distrugge interi Paesi, a volte per decenni, travolgendo famiglie, collettività e individui, provocando la morte di decine di migliaia di persone e l’esodo di milioni. Esempi anche recenti non ne mancano. Si pensi all’Egitto, all’indomani della reazione violenta dell’esercito alle tendopoli dei Fratelli musulmani. O alla Colombia, che faticosamente arranca per uscire da cinquanta e più anni di guerra civile e, dove, anche quest’anno si contano decine di vittime, in buona parte difensori dei diritti umani uccisi dagli squadroni della morte legati alla destra uribista

Per questo motivo, quando sento personaggi improbabili, da tutti i punti di vista come Bondi il poeta o Bossi fare riferimento alla guerra civile, generalmente evocata come spauracchio per evitare che si facciano scelte a loro antipatiche, mi indigno profondamente. Per quanto irreali e patetici, questi personaggi ispirano profonda ripulsa e andrebbero severamente puniti per la sconcertante faciloneria con cui utilizzano certe espressioni. Invece, tutt’al più, ricevono il brontolante rimbrotto del presidente Napolitano, il quale ha peraltro recentemente espresso la possibilità di concedere la grazia a Berlusconi.

E’ del tutto evidente come un tale uso del potere di grazia risulterebbe completamente al di fuori dei poteri attribuiti al presidente della Repubblica. Non si vede proprio, per quanto ci si possa sforzare a farlo, quali sarebbero, nella fattispecie le “straordinarie esigenze di natura umanitaria” alla cui soddisfazione va finalizzato tale potere secondo la sentenza 200/2006 della Corte costituzionale. Con tale sentenza la Corte ha chiarito che “La funzione della grazia è, dunque, in definitiva, quella di attuare i valori costituzionali, consacrati nel terzo comma dell’art. 27 Cost., garantendo soprattutto il «senso di umanità», cui devono ispirarsi tutte le pene, e ciò anche nella prospettiva di assicurare il pieno rispetto del principio desumibile dall’art. 2 Cost., non senza trascurare il profilo di «rieducazione» proprio della pena”, puntualizzando altresì che ” il suo impiego debba essere contenuto entro ambiti circoscritti destinati a valorizzare soltanto eccezionali esigenze di natura umanitaria”. E’ solo qualora ricorrano tali eccezionali esigenze che il Presidente della Repubblica può far ricorso al relativo potere, ogni altro uso del quale determinerebbe un grave snaturamento dell’istituto e una fuoriuscita, altrettanto grave, di tale organo di garanzia costituzionale dai limiti che gli sono prefissati. E’ chiaro infatti che la condanna di Berlusconi, data anche l’impossibilità di rinchiuderlo in carcere, rientra a pieno nell’art. 27 della Costituzione. Ancora più chiaro come debba ad ogni modo, grazia o no, entrare in gioco il testo unico in materia di incandidabilità che ha previsto l’incandidabilità dei condannati e l’impossibilità per questi di esercitare poteri di governo. Ma, più che alla grazia in sé, che come vari commentatori, costituzionalisti e non, hanno chiarito in modo esauriente, risulterebbe in sostanza irrilevante, il messaggio di Napolitano è stato letto dalla destra come una più generica e ancora più preoccupante disponibilità a prendere in considerazione la richiesta al suo capo sia concessa l’immunità dalle leggi penali e dalle leggi in genere, per evitare che ne sia in qualche modo intralciata la sua funzione politica.

Richiesta che si nutre di vari elementi, incluse le minacce e l’evocazione, in varia forma, di una fantomatica guerra civile italiana. In un recente intervento sul Manifesto Pierfranco Pellizzetti ha del resto ricostruito come l’uso del ricatto sia, dai tempi del SIFAR in poi, una costante della destra reazionaria italiana. Che oggi veste anche i panni pagliacceschi di un Bondi o di un Bossi, ma non per questo va considerata con minore severità e ripulsa, quasi che si trattasse solo dell’eccesso di zelo di un servo o dell’ennesima smargiassata di una persona che sembra oramai perso anche quel limitato lume della ragione di cui madrenatura gli aveva consentito finora di disporre.

Nessun cedimento, quindi, di fronte a questi ed altri ricatti. E’ in gioco, come oramai tutti sanno, la Costituzione italiana, a partire dal principio di eguaglianza contenuto nel suo art. 3, così come è in forse, a questo punto, la natura di Stato di diritto della Repubblica italiana, che subirebbe di sicuro un grave colpo dalla concessione di una qualsivoglia grazia a Berlusconi o da altri slittamenti, da parte di Napolitano o di altri, nei suoi confronti. Anche di fronte alle tragedie in corso nel mondo, come quelle cui ho accennato e purtroppo varie altre, occorre ribadire con forza la condanna dei ricatti spudorati. E ribadire per l’ennesima volta che quella in corso in Italia, da quasi sessanta anni ad oggi è semplicemente la lotta, legittima ed anzi doverosa, e che dovrà alfine prevalere, per l’affermazione dello Stato di diritto e della Costituzione repubblicana, a tutt’oggi ancora non solo incompiuta ma costantemente minacciata anche da chi dovrebbe esserne il garante fondamentale.