L’aeroporto Malpensa di Milano, al mio arrivo, di mattina presto, è semivuoto. Bene – penso – così  tutto sarà  più veloce. Quando arrivo in Italia, dopo un anno, non vedo l’ora di abbracciare i miei genitori. Di arrivare in quel piccolo paesino in provincia di Salerno, dove si sono trasferiti da anni.

La valigia arriva e questo – in qualsiasi aeroporto al mondo – è già un fatto incoraggiante. Poi, avendo una coincidenza in treno, non posso permettermi lunghe attese.

Cerco uno sportello informazioni per sapere se c’è un bus o un treno per andare a Porta Garibaldi, da dove prenderò Italo treno fino a Salerno. Lo trovo. C’è una persona prima di me. Parla per venti minuti. Senza chiedere informazioni. Al mio turno, la signora mi informa che lì si danno informazioni solo per i voli (non c’era scritto) ma che potevo chiedere. Chiedo. Mi dice che non sa e che devo andare all’ufficio del bus per la stazione. Fila. Tre persone lavorano ma solo una dà informazioni. Arriva il mio turno. Il bus parte dopo 40 minuti, chiedo di un treno. Mi dice “non so, deve andare ad un altro sportello”. Un altro???? sono già demoralizzata.

Allo sportello di Trenitalia c’è la fila. Lenta. Arriva il mio turno. Un impiegato, scortese, mi dà il biglietto e quando chiedo dove sono i binari mi risponde seccato. Sul binario, un ferroviere, di una gentilezza infinita, finalmente mi dà tutte le spiegazioni e tiro un sospiro di sollievo. Faccio in tempo ad arrivare a Pg in tempo e salutare Diego.

Arrivata alla stazione, cerco un bagno. Chiusi. Con tanto di lucchetti. Ma, certo, ce ne sono altri al piano di sotto, chissà dove. E con una valigia pesante e uno zaino è proprio ciò che voglio.

Mi consolo all’idea del cappuccino e di una brioche decente. Non ho soldi e non prendono carta. Per fortuna c’è Diego. E, ovviamente, c’è fila. E non ci sono brioche alle 10 del mattino. Il cappuccino fa schifo.

Italotreno non ti dice il binario di partenza fino a 10 minuti prima. Altrimenti i viaggiatori potrebbero muoversi in maniera “umana” invece che come delle mandrie di disperati che corrono trascinandosi bagagli pesanti. Chiunque conosca Italo e Frecciarossa (gli unici che garantiscono di arrivare in orario) sa che costano molto. Ti aspetti, decoro e possibilità di riposare. La presenza di troppi bambini con genitori egoisti che pensano che sia un dovere degli altri sopportarne le (giuste) insofferenze, fa sì che il vagone si trasformi presto in un inferno acustico.

Verso Roma, esplode la rissa fra due “signore” di Milano. Non ne posso più. Mi alzo e chiedo silenzio e rispetto per noi poveracci che abbiamo pagato un biglietto costoso e vorremmo stare in treno in maniera civile. Mi becco qualche “vaffa” ma finalmente cala il silenzio.

Arrivo a Salerno. L’abbraccio con i miei cancella stanchezza e frustrazione. Sono qui per loro. E quest’è.

A Sud, però, le situazioni già  atavicamente peggiori, a causa della crisi, sono a livelli di invivibilità. Tutto è difficile e faticoso.
Gli autobus circolano – strapieni – ogni 40/45 minuti. Trovare biglietti non è semplice. Il primo giorno, mi sfreccia davanti senza fermarsi perchè non ho fatto segno. Bisogna far segno. Ma se non vivi qua, non c’è verso di saperlo e dunque ti aspetti che si fermi perché c’è un cartello che dice “fermata“.

Vedo pochi viaggiatori obliterare. Con soddisfazione, però, scopro che, poichè la CSTP, azienda trasporti locali, è sull’orlo del fallimento, i conducenti si sono finalmente decisi a non far salire chi è sprovvisto di titolo di viaggio. Dopo anni di viaggi gratis molti reagiscono a questa “nuova politica” con disappunto. Altri usufruiscono dei pulmini privati. Un euro invece di 1.30 ma nessuna ricevuta fiscale. Alla faccia di Equitalia. Mezzi predisposti per 8 persone ne caricano 12/13. Come merce. Nell’indifferenza generale.

Il wifi in spiaggia è attivo ma non funziona con Iphone o Ipad. Vado in direzione. Ma è “ferragosto” (in effetti era solo l’8) e “che volete che facciamo, l’estate è finita”. La mia sarebbe appena cominciata e soprattutto mio padre, fittando un ombrellone ha pagato anche per questo. Ma qui i diritti sono parola sconosciuta. O poco nota.

Parlando con chi conosco trovo sempre più rassegnazione. Due convinzioni, entrambe sbagliate: che non si possa cambiare o che ovunque sia cosi. Gli racconto che negli anni ’70 New York era sull’orlo del fallimento e che prendere una metro significava rischiare la vita. Ora è la metropoli più sicura degli Stati Uniti. Ma non è solo l’America.

E’ soprattutto il resto dell’Europa che funziona meglio. Che consente quella vivibilità che a noi è negata del tutto.

Questi luoghi dovrebbero vivere di turismo. Stanno morendo di indifferenza.

Ieri ho chiamato il servizio clienti Alitalia. Sono venuta usando le miglia. Ho chiamato lo stesso servizio a NY almeno dieci volte. Massima disponibilità, telefonata gratuita. Qui, in Italia, la telefonata è a pagamento. Poso. Non ho più voglia di parlare e mi riprometto di non viaggiare più con la compagnia di bandiera. Due giorni fa ho chiamato la mia banca americana: esiste un numero verde gratuito dall’estero.

Seduta al bar della spiaggia, si avvicina mio nipote a salutarmi. Mi sento osservata. Malik, un giovane senegalese, mi tende la mano con un piccolo porta spiccioli “voglio che lo prendi come mio omaggio, il tuo amore per quel ragazzo è ammirevole”. Parla bene l’italiano. E’ qui da dieci anni. Gli spiego che Cristian e’ mio nipote e mi dice che vale lo stesso. Ultimamente per loro, mi racconta, la vita è più difficile. Gli episodi di razzismo più ricorrenti. Vuole andar via.

In lontananza, vedo Cristian camminare con Emanuele, Diego, Alessandro, Claudia e altri suoi coetanei di cui non conosco il nome ma sono così uguali e così belli. Sorrido. Loro sono migliori di noi.

Non notano i colori diversi della pelle perché hanno ancora intatti i colori della speranza. Mi auguro che almeno quelli, noi che non abbiamo saputo lasciargli altro, non glieli ruberemo. Che non faremo in tempo.