È una storia noiosa e opaca. Ma l’intervento con cui ieri Unicredit e Intesa, le due maggiori banche italiane, hanno stanziato 230 milioni per diventare azioniste di una società con 15 dipendenti, la Camfin, va studiato. Solo così si potrà capire come i condottieri della finanza stiano spingendo l’economia nel burrone. Marco Tronchetti Provera è un mago delle cosiddette scatole cinesi. Tutti credono che sia padrone della Pirelli, invece ne controlla solo il 26 per cento, sufficiente al controllo grazie ad alleati come Mediobanca, Assicurazioni Generali, Fonsai (ex Ligresti oggi Unipol), Benetton.

Quel 26 per cento è custodito dentro la Camfin, una scatola quotata in Borsa, che ha solo 15 dipendenti, appunto, perché la sua unica attività è il possesso delle azioni Pirelli, che valgono poco più di un miliardo di euro. Tronchetti della Camfin ha solo il 42 per cento, e non ce l’ha tutto, perché è custodito in un’ulteriore società, la Gpi, di cui ha il 57 per cento, che tiene in un’ultima società che ha il 71 per cento della Gpi, la Mtp partecipazioni. Calcolando la demoltiplicazione delle quote si vede che Tronchetti realmente ha un 4 per cento abbondante di Pirelli, pari a un investimento di circa 200 milioni. Con i quali comanda anche se gli altri azionisti mettono oltre 4 miliardi di euro. Magia delle scatole cinesi.

Camfin è malmessa. Ha quasi 400 milioni di debiti, e Unicredit e Intesa sono le più esposte. Poi c’è la controllata Prelios (ex Pirelli Real Estate) che ha oltre 500 milioni di debiti, e anche lì Unicredit e Intesa sono inguaiate. Quando una società è indebitata e non sa come uscirne (Camfin a fronte di 380 miliardi di debito ha avuto nel 2012 come unica entrata 33 milioni di dividendo Pirelli) in un Paese normale si fa l’aumento di capitale. Ciò che pensava l’industriale siderurgico Vittorio Malacalza (dotato di un miliardo di liquidità) che tre anni fa, quando Tronchetti non aveva i soldi per una certa operazione, lo soccorse diventando socio della Gpi e della Camfin. Il kamasutra di quote azionarie era tale per cui al primo bisogno di mezzi freschi – essendo Tronchetti in bolletta o renitente allo scucire euri, non si sa – Malacalza contava di estrarre il libretto degli assegni e sfilargli tutto.

Nel 2012 i nodi sono venuti al pettine, con tanto di avvocati e di veline ai giornali amici. Profilandosi la contesa, le azioni hanno cominciato a volare, quasi triplicando di prezzo nell’ultimo anno. Malacalza vuole l’aumento di capitale, Tronchetti vuole fare debiti. Anche le banche vogliono i debiti, sennò che ci stanno a fare? Dovendo scegliere tra uno che le voleva ripagare e uno specialista del debito, hanno scelto il secondo e lo hanno soccorso. Ieri il gran finale. Siccome il controllo di Tronchetti sulla Pirelli è un dogma del sistema di potere finanziario, Tommaso Cucchiani di Intesa Sanpaolo e Federico Ghizzoni di Unicredit hanno messo sirena e lampeggiante e fatto tutti contenti. Perché i soldi per tenere in vita le imprese e i posti di lavoro, come è noto, le banche non li hanno. Quelli per fare contenti gli amici invece non finiscono mai.

Intesa e Unicredit hanno chiamato il Fondo Clessidra di Claudio Sposito (ex Fininvest), quello a cui Mediobanca (di cui Unicredit è primo azionista) e Intesa, come azionisti di Telecom, volevano fortissimamente consegnare La7, e combinato l’affare. Malacalza, che aveva dato a Tronchetti 88 milioni per diventarne socio, ne avrà indietro 160, con un guadagno dell’88 per cento. Per sdebitarsi del trattamento sontuoso compra il 7 per cento di Pirelli da Allianz e Fonsai, due soci stufi di Tronchetti e da tempo in cerca di un compratore gradito al “sistema”. Unicredit e Intesa, già creditori disperati, diventeranno anche azionisti di Camfin. Non solo, finanzieranno anche un’offerta pubblica di acquisto (Opa) su tutte le azioni per togliere la società dalla Borsa.

Ed ecco il capolavoro finale: Clessidra ci mette 150 milioni, Intesa e Unicredit 115 a testa, ma a fronte di questa spesa di 380 milioni totali è stato messo nero su bianco che Tronchetti continuerà a comandare lui, da solo. Il presidente di Intesa Giovanni Bazoli e l’ex presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, profeti di questa sorte di bisca magniloquente, chiamerebbero il soccorso a Tronchetti “operazione di sistema”, come tutte le volte che le banche sono corse a salvare i debitori (se sono amici o amici degli amici), e ne sono anche diventate socie, per condividere fraternamente il dolore. In Pirelli, Prelios e Camfin come in Rcs, in Fonsai (ex Ligresti ora Unipol) come in Risanamento, in Ntv (il treno Italo di Montezemolo) come nella Carlo Tassara dell’amico più amico, Romain Zaleski.

La lista potrebbe continuare, ma c’è un ultimo dato da registrare: in Borsa negli ultimi due giorni i furbetti bene informati hanno fatto, come si dice in gergo finanziario, carne di porco. Martedì sera il titolo Camfin aveva chiuso a 85 centesimi. Ieri mattina ha perso di colpo il 7 per cento perché gli amici degli amici hanno saputo che l’Opa sarebbe stata al prezzo di 80 centesimi. Quando il titolo è planato a 80 centesimi le autorità lo hanno sospeso, solo un attimo prima che uscisse il comunicato con i dati dell’operazione. Gestione a dir poco geniale. La Consob stavolta non può far finta di niente e sta già indagando.

Twitter@giorgiomeletti

Da Il Fatto Quotidiano del 6 giugno 2013