Sono molto colpito dalla precedente discussione su “scienza” e “scientismo” a proposito del caso Stamina. Tanto le tesi espresse quanto i modi usati per esprimerle (a volte discutibili) sottolineano se non altro un interesse che merita qualche puntualizzazione.

1) La medicina scientifica all’inizio fu considerata come una “scienza della natura di tipo nomotetico” (che studia le leggi dell’organismo ), poi nella seconda metà del 900 come una “scienza idiografica” che studia la singolarità individuale, il “caso”, dal punto di vista naturale e storico. La medicina in realtà quando può è tanto nomotetica che idiografica, tanto naturale che culturale, tanto concreta che astratta, tanto fattuale che formale, tanto fisica che spirituale, ecc. Oggi il suo paradigma viene definito con una sfilza di prefissoidi del tipo “bio- psico- sociale”. La medicina è un insieme di conoscenze plurali che ricorre a un mucchio di metodi, di approcci, di pratiche e che tende a frammentarsi: crescono sia le specializzazioni che le sue definizioni (medicina dell’evidenza, narrativa, slow medicine, tecnologica, umanistica, molecolare ecc),cresce anche il numero dei medici che integrano la loro scienza con altre tradizioni terapeutiche le famose “medicine complementari”.

Cosa è avvenuto? A un certo punto fa il suo ingresso la questione “complessità” che ridiscute le classiche dicotomie “oggettivo/soggettivo” ,”natura/cultura”, “organismo/persona” ecc. Il malato diventa complesso e come tale non è più solo biologico. Scientismo e complessità non vanno d’accordo, il primo nega la seconda costringendo la medicina a “ridursi” ad essere una scienza della natura alla vecchia maniera quando persino la natura si è emancipata dal suo vecchio naturismo. Una medicina nomotetica naturale organicistica oggi rischia di essere scientista cioè una medicina meno scientifica di quello che si crede.

2) Un equivoco dello scientismo è considerare un malato come una “trivial machine” (macchina banale) cioè pensare che egli sia un organismo naturale prevedibile in cui ad un input consegue immancabilmente l’output che ci si aspetta. A volte accade, a volte no e a volte accade quello che non ci si aspetta …altre volte non si capisce bene che cosa accada. Pensare l’organismo come una trivial machine significa credere che lo stesso farmaco funzioni a parità di malattia nelle persone nello stesso modo, credere che tutti i fegati siano uguali ecc. Che dire? L’organismo di una persona malata in ragione della sua complessità non è una “trivial machine”…cioè biochimicamente prevedibile perché se lo fosse la medicina sarebbe una “trivial science” e i medici potrebbero essere sostituiti con dei computer.

3) Il decreto sul “caso Stamina” è stato approvato e quindi parte la sperimentazione. Si tratta di sperimentare un metodo che la scienza crede fasullo e che osteggia, che è un trapianto di cellule considerato come una terapia farmacologica e per giunta su delle malattie rare fino ad ora incurabili. Se l’end point della sperimentazione è quello di dimostrare prima di ogni cosa la “non verità” allora la sperimentazione sarà organizzata come una falsificazione (Popper). Se invece l’end point sarà conoscere quanto più è possibile la probabile verità dell’uso di certe cellule allora cambia tutto. La differenza è tra falsificare una teoria per liquidarla e verificare le possibilità di un trapianto cellulare per conoscerne tutte le implicazioni.

Per uno scienziato non scientista verificazione e falsificazione sono due momenti diversi che servono a demarcare teorie terapeutiche diverse senza discriminare conoscenze da altre conoscenze. Ancora non si conoscono i protocolli sperimentali ma temo che per la sperimentazione del “metodo Stamina” sulla quale si spenderanno 3 milioni di euro, si vogliano tarare obiettivi, esiti e end point solo sulla falsificazione di una teoria terapeutica avversaria. Questo approccio che mi sento di definire scientista rischia di sprecare una occasione più grande di conoscenza.

Mi piacerebbe che la sperimentazione fosse impostata in linea con il pensiero moderno che ha confutato la teoria della falsificazione di Popper. Cioè che non si limitasse a falsificare una teoria. Credo come i post popperiani che non sia metodologicamente possibile derimere la verità e la falsità di due conoscenze in competizione quando in gioco non vi sono tanto singoli fatti ma grandi complessità. Certo mi rendo conto che la sperimentazione deve dirci se le cellule staminali sono efficaci o no e eventualmente sgombrare il campo da false speranze, ma so anche che si deve evitare l’errore di liquidare una super complessità, e quindi, come suggeriva Duhem, che si debba ricorrere, se il caso, a delle “ipotesi ausiliarie”. Non è improbabile che nel corso della sperimentazione si abbiano singole contraddizioni senza per questo dover rifiutare un intero sistema teorico. Abbiamo a che fare con bambini gravemente malati e con malattie terribili e non possiamo permetterci il lusso di sprecare neanche la più piccola conoscenza. Scienza quindi non scientismo.