Raggiante, in abito floreale e sandalo Gucci, Valeria Golino è alla conquista di Cannes. E da regista esordiente nella seconda sezione del principale festival del mondo. Il suo Miele ha passato la “prova” della proiezione stampa. “Devo metabolizzare quel che sta accadendo, ci vorrà un mese almeno. Sono felice e tesa come quando ti succede qualcosa di importante nella vita”. Il suo film è in programmazione nelle sale italiane da un paio di settimane, chi lo vede si dichiara soddisfatto. Parliamo del pubblico vero, non degli addetti ai lavori. Quella gente che la neo regista ha scoperto “più preparata delle attese, non tanto sul film ma su un’estetica e su certi argomenti etici rischiosi. Non ho trovato alcun giudizio bigotto da parte delle persone che l’hanno visto al cinema. E ho avuto l’impressione che istituzioni e politica sono sempre un passo indietro rispetto alla gente comune, che pensa autonomamente”.

“La Golino” – come la si usa chiamare nei giri di cinema – è insomma una donna poco diva che sa come dialogare con l’umana specie, alla quale dimostra di appartenere. “Scusate devo andare in bagno, sono tre ore che aspetto”, annuncia al gruppo di giornalisti riuniti ad ascoltarla sotto un tendone sulla Croisette. E “donna della porta accanto” è anche la sua protagonista, una Jasmine Trinca scalza mentre riposa seduta a gambe incrociate: il sorriso di chi non ama parlare “perché mi annoio troppo ad ascoltarmi”. D’altra parte di notizie, sentimenti, riflessioni sul suo personaggio “Miele” ne ha già fornite in abbondanza, ora meglio godersi gli applausi di Cannes “fare le scelte giuste, senza l’ansia di consumare una carriera”. Con loro Carlo Cecchi, ironia e talento teatrale fatti a persona, “mi considero un clandestino del cinema, ho avuto il permesso di soggiorno..penso ogni personaggio si riferisca a un archetipo, in questo caso è Amleto che io ho molto frequentato, sia interpretandolo e sia in tanti suoi Avatar successivi. Il mio ingegner Grimaldi lo conoscevo già come tipologia di essere umano”.

Accanto alle note tricolori, che attendono tra qualche giorno l’arrivo di Paolo Sorrentino competitivo con La grande bellezza, il concorso internazionale ha oggi svelato uno dei titoli più attesi, Le passé (Il passato) dell’iraniano Asghar Farhadi. Per intenderci il cineasta che con il magistrale Una separazione è riuscito a guadagnarsi l’Oscar 2012 e l’Orso d’oro a Berlino 2011 distanziando di lunghezze ogni concorrente. Sottile narratore di spiazzanti drammi umani espressi in coralità e profondità, Farhadi ha confezionato il suo primo film “francese” per sottolineare quanto l’universalità si adatti concretamente a qualunque territorio. “Non metto etichette di nazionalità ai miei film. Certo, è stata una sfida linguistica ma superata, mi auguro”.

Interpretato dalla solare Bérénice Bejo (l’indimenticabile aspirante attrice del muto premio Oscar The Artist) e da Ali Mossafa (il marito in Una separazione), Le passé racconta di una coppia in fase di divorzio, ponendo l’attenzione sugli effetti nel presente di alcuni fatti accaduti in passato. Ironicamente sembra che separazioni e divorzi siano la specialità di questo regista appena 40enne, il cui interesse – nella realtà – va ben oltre. “Ho trascorso la mia vita di uomo e di artista a indagare le relazioni tra coppie e famiglie. Ho compreso che derivano da una sofferenza umana ancestrale, misteriosa. Le trovo tematiche fondamentali dell’essere umano”. Il dramma di Le passé esplode come punta dell’iceberg di un vortice relazionale indubbiamente disfunzionale. Ogni cosa è un segno nel cinema di Farhadi. Come la casa presso la stazione ferroviaria dove abita la protagonista Marie-Anne “i treni, nel cinema, sono il sintomo del tempo che passa”, ricorda il regista/sceneggiatore. La sua, da sempre ma in questo caso ancor di più, è una scrittura sorvegliata, da entomologo calcolatore, da coreografo di un universo composto da creature microscopiche nella loro immensità. Purtroppo Le passè eccede proprio in questa “sorveglianza” di scrittura che ingabbia il respiro di cui invece Una separazione godeva in abbondanza, nonostante i dialoghi serrati. Poche sospensioni a fronte di un finale semi-aperto, meno convincente di quello sguardo finale in macchina di sua figlia nel dramma vincitore dell’Oscar. Ciò detto, il lungometraggio di Fahradi, iraniano ivi residente e dunque sempre sottoposto a censure “esterne e auto indotte”, conferma lo sguardo di uno dei migliori cine-narratori contemporanei. Ce ne fossero.