Se, come diceva Hegel, il bisogno della filosofia nasce dalle scissioni e dalle contraddizioni della vita individuale e collettiva, allora questa è, di sicuro, l’epoca in cui la filosofia dovrebbe occupare uno dei primi posti nella gerarchia dei nostri bisogni. E ciò non perché si sente il bisogno di astrazione da un reale troppo difficile da capire e sostenere, ma perché si sente maggiormente il bisogno di porre interrogativi in grado di scuotere dalle fondamenta quel reale così destabilizzante e (apparentemente) senza sbocchi, sia per il singolo che per la collettività. La filosofia è quella disciplina che, forse più di altre, ha storicamente osato mettere in discussione il logos paterno, l’esistente marcescente, e talvolta indicando pensieri luminosi da percorrere. Anche se – bisogna dirlo! – nell’era postmoderna/neoliberista, caratterizzata dalla segmentazione e superficializzazione del mondo (per dirla con Fredric Jameson) e dalla perdita di ‘carisma’ della teoria, anche la filosofia si è assai spesso ridotta in un elenco di slogan (deboli), utili a soddisfare finti palati medio-colti. 

In un mondo impaziente ed appiattito sul ‘qui ed ora’ scompare magicamente la possibilità di pensare il ‘totale’ e di immaginare altro, perché l’unico orizzonte che resta è quello che consente una buona amministrazione dell’esistente. Niente’altro. Nessuna innovazione, nessuna rottura del tempo, nessun ‘altrove’ oltre i selciati, ma solo l’eccitazione del plaisir istantaneo, il fremere dell’impazienza. Ed è proprio a partire da questo sentire o esperienza umana – l’impazienza cioè – che, Salvatore Prinzi, giovane e brillante filosofo italiano, interroga il nostro tempo nel suo libro ‘Sul buon uso dell’impazienza’ (Liguori, 2012). “Apparteniamo all’impazienza”, afferma Prinzi, “da prima della storia”, ma è solo nella “modernità che l’impazienza trionfa” e diventa un elemento strutturale dell’esperienza umana. Non a caso, del resto, Baudelaire diceva che “la modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Prinzi, però, non si ferma alla constatazione di questo effimero e fuggevole attraverso cui si realizzano le trame umane, ma ne individua, da subito, le sue radici materiali: “l’impazienza del commercio celebra il suo dominio, è l’impazienza del mondo, dell’avere, di un avere tanto forte da alterare l’essere” (p. 4).

Il libro è un affresco appassionato dell’impazienza e dei suoi dilemmi, soprattutto in questi tempi di crisi, in cui la materialità dell’esistenza (e della crisi) si è presa una bella e dura rivincita su tutte quelle teorie postmoderne che ambivano a leggere il mondo soltanto attraverso la destrutturazione del linguaggio. Ma se il postmoderno può dirsi ormai alle spalle, come può definirsi questo momento storico di crisi (esistenziale, economica, politica) in cui viviamo? Prinzi, pur non esplicitandolo chiaramente, vede ed interpreta questa epoca storica come l’era dell’ipermoderno, ovvero l’era in cui tutti i tratti del moderno non scompaiono, ma semmai vengono immensamente intensificati. La crisi, infatti, rappresenta per lui: “il culmine dell’impazienza”. 

Attraverso una sapiente e (im)paziente interrogazione di diversi autori (tra cui Fortini, Gramsci, Debord, Bensaïd, Bataille, Freud e tanti altri), il libro interpreta il passato e il presente del fenomeno dell’impazienza, entrando così di diritto (e ben equipaggiato) in quel campo di battaglia delle idee, dove schiere di scelte interpretative si combattono senza pietà. Lo scopo non appare tanto essere quello di stabilire chi ha torto e chi ha ragione, ma piuttosto quello di fornire strumenti utili per valutare l’uso (soprattutto positivo) che può essere fatto oggi dell’impazienza. Si usa un’ascia per farne un’altra, dice un proverbio cinese, e la storicizzazione dell’impazienza in questo libro serve proprio a fornire utili strumenti per interpretare e vivere nel presente, oltre che per pianificare future battaglie. Il libro di Prinzi sfugge, però, alla tentazione di fornire una ‘mappa cognitiva’ dell’attualità e non aspira a raggiungere quel livello di quadrata razionalità, per quanto nel primo capitolo egli comunque fornisca un ampio quadro teorico. Il sottotitolo del libro – “Crisi, movimenti, organizzazione” – già rivela l’attenzione dell’autore verso i temi dell’attualità storica (media, spettacolo, movimento ‘no global’, ‘indignados’, sollevazioni arabe, ecc.), che egli prova a leggere attraverso la lente dell’impazienza nei due restanti capitoli.

Il libro di Salvatore Prinzi pone importanti interrogativi e fornisce importanti risposte sul fenomeno dell’impazienza e sul suo ruolo storico, nell’audace tentativo di capire il “come” e il “che fare”, in bilico tra pazienza ed impazienza. A parere di chi scrive, però, l’autore – pur non temendo l’eventuale giudizio negativo dei filosofi tradizionali, ovvero il giudizio di coloro che egli definisce ‘filosofi da ghetto’ – lascia fondamentalmente inevasa una domanda cruciale: chi deve fare un buon uso dell’impazienza?