Kim Jong-un e i suoi generali paragonati a un disastro naturale. Senza tirare in ballo il rischio dello scoppio di un conflitto nella penisola coreana, la risposta è sì, almeno per le 123 piccole e medie imprese sudcoreane del complesso industriale congiunto di Kaesong, ora fermo per la decisione di Pyongyang di non inviare più al lavoro i suoi 53mila operai. Niente dipendenti e produzione ferma, quindi per le aziende che già soffrono per lo strapotere economico dei grandi conglomerati che dominano il sistema produttivo sudcoreano. Per questo gli imprenditori che hanno abbracciato quello che fino al 9 aprile era il risultato più duraturo della politica di distensione tra le due Coree durante gli inizi degli anni Duemila hanno chiesto al governo di Seul di dichiarare l’area ‘zona speciale colpita da calamità’ e sostenere di conseguenza le aziende.

Una decisione che l’esecutivo non può prendere, non essendoci stato alcun disastro naturale, ma dalla Casa Blu e dal Parlamento è arrivata comunque una mano d’aiuto. Il governo ha previsto un piano d’emergenza a sostengo delle aziende in difficoltà, i cui dettagli saranno spiegati nei prossimi giorni. Una delle soluzioni, scrive il Korea Times potrebbe essere l’uso del Fondo per la cooperazione inter-coreana, ma questo porterebbe a una perdita di finanziamenti per eventuali futuri progetti di cooperazione tra Seul e Pyongyang. “Prevediamo misure aggiuntive nelle prossime settimane per sostenere le aziende in mancanza di liquidità a causa dell’assurda decisione nordcoreana di sospendere la produzione nel complesso”, ha detto il portavoce del ministero sudcoreano per la Riunificazione, Kim Hyung-seok.

Parole che fanno eco all’esortazione della presidentessa Park Geun-hye per un sforzo governativo affinché la questione dell’area industriale sia risolta al più presto. “Ne va della credibilità internazionale della Corea”, ha detto Park che all’inizio di maggio sarà negli Stati Uniti per incontrare il presidente Barack Obama, una visita che sarà occasione per presentare il suo piano per la pace in Asia nordorientale e che dovrà includere le due Coree, il Giappone, la Cina e gli Usa. Intanto a Kaesong, situato circa dieci chilometri a Nord delle zona demilitarizzata che spacca a metà la penisola, si trovano ancora 176 sudcoreani su 800 che ci lavorano stabilmente. E un appello alla riapertura è arrivato dal Parlamento che ha definito il progetto un simbolo della cooperazione tra i due Paesi. In molti osservatori considerano il blocco la più grave minaccia all’idea stessa di cooperazione nel distretto industriale da quando fu istituito nel 2003.

Una collaborazione che conviene a entrambe le parti. Le società sudcoreane hanno a disposizione operai che guadagnano in media 130 dollari al mese. Per il regime nordcoreano che trattiene parte dei salari si tratta invece di una fonte di valuta estera. Non a caso nella fase più acuta della crisi nella penisola, in cui più forti sono stati i toni belligeranti del regime, in molti hanno sottolineato come in realtà le attività a Kaesong fossero garanzia della stabilità della situazione. Punto tenuto in considerazione anche a Pyongyang per quanto riguarda la propaganda interna, secondo quanto riporta il sito Daily NK, vicino agli esuli in Corea del Sud, che cita una fonte della provincia di Hamkyung. “Chi poteva credere a un attacco sudcoreano e statunitensi contro di noi mentre il complesso di Kaesong era ancora attivo”, ha spiegato.

Sul piano diplomatico Seul ha proposto colloqui formali per sbloccare la situazione. Il governo sudcoreano attende una risposta per venerdì pomeriggio. Scaduto l’ultimatum saranno prese “misure gravi”, ha detto il portavoce del ministero della Riunificazione, senza dare ulteriori spiegazioni. L’azione diplomatica di Seul arriva dopo il rifiuto nordcoreano a trattative informali tra i rappresentati del comitato degli imprenditori di Kaesong e l’ufficio del regime che sovrintende le zone speciale di sviluppo, sotto cui ricade anche la gestione del complesso industriale. Guardando al quadro più ampio le possibili aperture al dialogo si scontrano sul nodo nucleare. Pyongyang non vuole rinunciare al programma di sviluppo e chiede la revoca delle sanzioni Onu. Ma la denuclearizzazione della penisola è la precondizione posta dalla comunità internazionale.

di Sebastiano Carboni