Ci risiamo! L’Agcom annuncia che riparte l’iter del regolamento sul copyright in rete. Invece di chiedere la modifica del decreto Romani che impropriamente ha esteso le regole sul diritto d’autore dalla televisione ad internet, si insiste di nuovo sull’approvazione di un testo privo delle necessarie giustificazioni giuridiche che affida ad un controllo amministrativo la vigilanza sui contenuti diffusi sul web.

Quando ci provarono alcuni mesi fa si scatenò giustamente una forte reazione culminata nell’evento  “la notte per la libertà della rete”, vedremo ora che succede. Ho più volte sottolineato come i temi relativi alla net neutrality e alla libertà di diffusione dei contenuti  dovrebbero essere urgentemente affrontati mediante la preventiva approvazione di uno statuto di regole che costituiscano un preciso presidio di garanzia. Su queste problematiche vale la pena ricordare anche le prese di posizione di Rodotà e di altri giuristi sulla necessità di costituzionalizzare, modificando l’art. 21, il diritto alla libertà di accesso e di utilizzo della rete. Tuttavia, non sembra che queste questioni interessino chi siede in Parlamento.

L’Agcom allora riprende con ostinazione un percorso pericoloso, in assenza di una seria verifica giuridica e politica. Il panorama peraltro si è fatto più fosco a seguito di alcune recenti pronunce giurisdizionali che in modo esclusivamente repressivo e alieno dalle caratteristiche del mezzo hanno imposto sanzioni ed obblighi esorbitanti. Non si tratta di giustificare forme di illecito, ma di identificare nuove forme di tutela del diritto d’autore al passo con i tempi e con l’importanza che ha assunto internet nei meccanismi di conoscenza e di partecipazione. Ci sono in sostanza diritti fondamentali che devono essere contemporaneamente garantiti e questo non lo si può fare in via amministrativa. D’altra parte, il dibattito è fortissimo in Europa e in molti Parlamenti (in particolare in quello americano) e noi non possiamo rassegnarci alla sorte di scelte tutte interne alle alchimie di un’Autorità pur sempre amministrativa.

Nuove forme di remunerazione del lavoro di chi fa contenuti sul web si diffondono nel mondo (ad esempio i c.d. creative commons) e sarebbe dunque ora di sganciarci anche per ragioni economiche dal vecchio impianto della legge sul diritto d’autore e soprattutto dalla televisione. E si, perché il tema si trova nel decreto Romani del 2010 sulla spinta dell’interesse a regolare la rete, ritenuta invadente e pericolosa delle prerogative dell’oligopolio televisivo. Allora protestarono in pochi (io in particolare,  tanto da finire segnalato come oppositore del potere mediatico di Berlusconi in un dispaccio, reso pubblico da wikileaks, dell’Ambasciata americana al Dipartimento di Stato). Oggi, dunque, chi può intervenire in Parlamento dovrebbe svegliarsi. Il movimento 5Stelle ne aveva parlato anche nel suo programma elettorale. Altri politici avevano mostrato sensibilità. Nell’attesa è forse il caso di riprendere una discussione in rete e nelle diverse associazioni che già in passato si sono mobilitate su questi temi.