Sono da poco rientrato da Palermo. 

Devo ancora riprendermi dalla profonda emozione che ho provato ieri nel sentire leggere dal Gup Piergiorgio Morosini il dispositivo di rinvio a giudizio per i dieci imputati del processo per “attentato al corpo politico dello Stato”, quello che da ieri potremo chiamare, a pieno titolo, processo per la “trattativa Stato-mafia”. 

Non di tratta più di “fantomatica trattativa”, di “presunta trattativa” di “pretesa trattativa”.

Da ora in poi c’è una sentenza di rinvio a giudizio che rende anacronistico, improprio, deviante, l’uso di questi aggettivi. 

Da ora in poi si potrà e si dovrà parlare soltanto di “trattativa Stato-mafia”, quella trattativa che è stata la causa scatenante dell’accelerazione dell’assassinio di Paolo Borsellino.

Da ora in poi tutti avremo modo di seguire la fase dibattimentale di un processo che, secondo il dispositivo di rinvio a giudizio non si svolgerà davanti a un semplice tribunale ma davanti alla Corte D’Assise, ci saranno quindi dei giudici popolari che, in rappresentanza del popolo italiano, affiancheranno i due giudici togati. 

Ad essere giudicati, sedendo per la prima volta fianco a fianco sui banchi degli imputati, saranno 4 appartenenti alla mafia e 5 uomini delle Istituzioni oltre al figlio di un mafioso che compare nel processo nella doppia veste di testimone e di imputato.

Lo Stato processa se stesso, diventa realtà quello che Leonardo Sciascia giudicava impossibile e il rapporto quantitativo è addirittura prevalente per gli uomini di Stato rispetto ai criminali mafiosi, anche se l’ex ministro Mancino è, per il momento, accusato soltanto di falsa testimonianza.

Da anni aspettavo questo momento, da quando leggendo sulla agenda grigia di Paolo, nel foglio relativo al 1° luglio, annotato il nome di Mancino e sapendo come Mancino avesse sempre negato di averlo incontrato, avevo cominciato a chiedermi quale potesse essere il motivo di una così incredibile amnesia. E avevo cominciato a pensare che potesse essere dovuto al fatto che in quell’incontro fosse avvenuto qualcosa di estremamente grave, l’ingiunzione a Paolo di fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone perché lo Stato aveva deciso di trattare con l’antistato. 

Da quel giorno cominciai pervicacemente a contestare a Mancino questa circostanza e questa prova testimoniale postuma di Paolo che certificava inequivocabilmente che quell’incontro negato era invece realmente avvenuto. La sola risposta di Mancino era stata la reiterata esibizione di un planning settimanale nel quale, nella colonna del 1° luglio, non c’era annotato alcun appuntamento con Paolo, come se questo potesse rappresentare una prova del fatto che l’incontro non fosse mai avvenuto. 

Peccato che in quel planning c’erano, per quella settimana, riempite soltanto due o tre righe, come se potesse essere credibile che l’attività di un ministro appena insediato nella sua carica potesse ridursi a due annotazioni in tutta una settimana. E poi di planning Mancino ne deve possedere una collezione, gelosamente custodite, come si è visto in una recente intervista televisiva, in un cassetto che ha aperto davanti all’operatore che lo riprendeva, se è vero che Giuseppe Ayala ha affermato prima di avere visto un’agenda di Mancino in cui quell’incontro era riportato per poi smentire se stesso il giorno dopo dicendo che nell’agenda a lui mostrata da Mancino non era annotato, per il 1° luglio, alcun appuntamento. 

A fronte delle mie reiterate contestazioni, soprattutto sul fatto che Mancino non poteva pretendere che fosse credibile cha al 1 luglio del ’92 potesse non conoscere, come asseriva, la fisionomia di Paolo Borsellino, ho sempre ricevuto da parte sua soltanto delle sprezzanti affermazioni come di chi crede di essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni giudizio e ho appreso di recente, da quanto reso pubblico sulle intercettazioni cui è stato sottoposto in qualità di indagato in questo processo, che alla fine lo stesso si era determinato a presentare querela nei miei confronti e per questo chiedeva aiuto a chi potesse facilitargli questo compito.

E’ forse per la tensione dovuta all’attesa di una sentenza che per me, per i pm, per la verità, per la giustizia, è insieme un punto di arrivo e un nuovo punto di partenza, per il pensiero che adesso potrà essere fatta giustizia anche delle definizioni di “pazzo”, di “caso umano”, di “esaltato” che mi sono state affibbiate in questi anni, che non ho sentito pronunciare dal Gup Morosini, tra i nomi dei rinviati a giudizio, il nome da me più atteso, il nome di Nicola Mancino. Quel Nicola Mancino, imputato in questo processo, del quale, nonostante lo abbia più volte incontrato nel corso delle udienze preliminari e gli sia stato seduto a pochi metri di distanza, sugli stessi banchi, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo, dove arrivava con la sua auto blu e con la sua scorta, non sono mai riuscito a incontrare lo sguardo.

Ho dovuto risentire la registrazione dell’udienza per sentirlo finalmente quel nome, mescolato a quello dei mafiosi imputati per la “trattativa” e immediatamente dopo il nome di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Li elenco nell’ordine, uno dopo l’altro, come li ho ascoltati più e più volte, ogni volta con la stessa emozione:

Leoluca Bagarella
Giovanni Brusca
Massimo Ciancimino
Antonio Cinà
Giuseppe De Donno
Marcello Dell’Utri
Nicola Mancino
Mario Mori
Salvatore Riina
Antonio Subranni

Mancano due nomi, il nome di Calogero Mannino, perché ha scelto il rito abbreviato e sarà giudicato in uno stralcio di questo processo e quello di Bernardo Provenzano perché una perizia lo ha dichiarato in condizioni mentali che non gli consentono di partecipare, per il momento, a un processo. 

Spero non si tratti di un caso simile a quello di Bruno Contrada che venne dichiarato quasi in punto di morte, in uno stato incompatibile con quello della detenzione nel carcere militare dove avrebbe dovuto scontare la sua pena e che riacquistò invece improvvisamente la salute quando quella provvidenziale perizia gli permise di finire di scontare la sua condanna nella sua casa, a Palermo, a pochi passi dalla casa della mia sorella maggiore. 

Che invece, lei sì, è morta da pochi mesi a causa di un tumore, mentre Contrada ha riacquistato a tal punto le forze e la salute da permettergli di frequentare i salotti televisivi e di andare in giro per l’Italia a presentare il suo ultimo libro.

C’era accanto a me, durante la lettura dell’udienza, unico imputato presente, Massimo Ciancimino

Pochi minuti prima mi aveva detto che era lì perché, caso anomalo per un imputato, sperava di ascoltare una sentenza di rinvio a giudizio, perché questo avrebbe significato che il processo poteva andare avanti.

Dopo la lettura della sentenza l’ho visto li, vicino a me, esultava anche lui come dall’altro lato, vicino a me, gioiva Federica, una mia compagna del Movimento delle Agende Rosse, parte civile in questo processo, che aveva voluto venire apposta da Roma per starmi vicino in un momento così importante.

Come gioivano intorno a me tanti altri che, come noi, vedevano in questa sentenza un grande passo avanti sulla strada della Giustizia e della Verità. 

Ho avuto l’istinto di abbracciarlo e lo ho fatto. 

Questo mio gesto mi è stato già contestato da alcuni organi di informazione, gli stessi che in altre occasioni hanno ospitato articoli di chi si dichiara sicuro che mio fratello, seppure da morto, sarebbe disgustato da certi miei comportamenti. 

Gli stessi che mi definiscono “di professione fratello di Paolo Borsellino”, peraltro non a torto dato che io stesso ho sempre sostenuto di fare ancora, a 70 anni non uno ma due lavori, il primo, quello di ingegnere elettronico, lo faccio per vivere, l’altro, quello che mi porta ad andare in tutta Italia per tenere viva la memoria di Paolo, per incontrare tanti giovani nei cui cuori sono custoditi i pezzi di mio fratello, lo faccio per non morire, E per non far morire la mia, la nostra speranza.

Senza Massimo Ciancimino, senza che lui, per primo,dalla parte di chi l’aveva vissuto dall’interno come come corriere del padre, parlasse della “trattativa”, del “papello”, questa sarebbe ancora “presunta”, ancora “fantomatica”. 

Senza la sua collaborazione questo processo forse non sarebbe neppure iniziato.

Io ho abbracciato Massimo Ciancimino testimone in questo processo, ho abbracciato il testimone Massimo Ciancimino che, se pure nella contraddittorietà della sua collaborazione, ha fatto sì che tanti uomini delle istituzioni che sono stati partecipi di una scellerata congiura del silenzio e che non siedono, ancora, sul banco degli imputati, riacquistassero, dopo venti anni, almeno una parte delle loro memorie sepolte e, forse, dei loro rimorsi. 

Non ho abbracciato Massimo Ciancimino imputato. 

Quello, se verrà ritenuto colpevole nel corso di un processo che finalmente, e in parte anche grazie a lui, potrà avere luogo, sarà la Giustizia a giudicarlo.