La corruzione c’è, non ci possiamo fare nulla se non tollerarla. E’ la naturale interpretazione della frase di Silvio Berlusconi che durante la trasmissione Agorà chiama in causa lo “stato di necessità” per giustificare un mal costume diffuso nel fare impresa all’estero: “la tangente è un fenomeno che esiste non si possono negare le situazioni di necessità se si va a trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime“.

Ma quell’affermazione è anche un messaggio velato di solidarietà all’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni oggi indagato per corruzione internazionale in un affare milionario in Algeria. Paolo Scaroni è costretto a prenderne pubblicamente le distanze: “è perfettamente possibile fare impresa ovunque nel mondo senza pagare tangenti. E se non lo fosse, non lo faremmo dove non lo fosse…”.

Ma l’usanza delle ‘stecche’ risale a molti anni fa e non riguarda solo le imprese che investono oltre confine. La storia della nostra Repubblica è piena di vicende legate al sistema delle tangenti.

Il 17 febbraio del 1992 uscì un comunicato Ansa su Milano. Era stato arrestato l’Ingegner Mario Chiesa, all’epoca Presidente del Pio Albergo Trivulzio, per concussione. Non c’era alcun “accanimento” da parte dei magistrati coordinati dal Dott. Antonio Di Pietro nei confronti dell’allora esponente del Partito Socialista.
Mario Chiesa lo avevano beccato con le ‘mani nel sacco’ che per dirla in termini tecnici sarebbe ‘flagranza di reato’; stava infatti intascando una mazzetta da sette milioni delle vecchie lire come acconto su una “intermediazione” per un appalto da centoquaranta milioni: irruppero i carabinieri nella sua stanza e lui si fiondò in bagno per disfarsi, senza successo, del bottino che teneva nascosto in un cassetto della scrivania. L’uomo che lo aveva incastrato era un imprenditore stanco di dover pagare la ‘stecca’ come intermediazione su ogni appalto che si aggiudicava.

Bettino Craxi, a capo del partito socialista, dichiarò che Mario Chiesa era un fatto isolato e che il suo partito non aveva mai avuto militanti indagati per corruzione.

Mario Chiesa non collaborò con gli inquirenti fin quando Di Pietro, che aveva ottenuto il sequestro dei suoi conti correnti in svizzera ‘Levissima’ e ‘Fiuggi’, non chiamò il suo avvocato per avvisarlo che: “l’acqua minerale è finita”. A quel punto l’ingegnere divenne un fiume in piena e raccontò di un sistema di tangenti che coinvolgeva senatori, parlamentari e imprenditori in tutta Italia. Un sistema che da una parte serviva per finanziare i partiti e dall’altra arricchiva i portafogli degli stessi dirigenti: erano gli anni di Tangentopoli.

Tangentopoli fu caratterizzata da numerose inchieste giudiziarie, dedicate al reato di corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti, del pool di ‘Mani pulite‘ e in queste ci finì dentro anche Bettino Craxi che accusò Di Pietro e gli altri magistrati di muoversi dietro un preciso disegno politico. Lo stesso Bettino Craxi venne coinvolto nell’indagine sulla maxi tangente Enimont (Eni più Montedison) versata dall’imprenditore Raul Gardini.

Anche in questo caso, i soldi sarebbero andati a finanziarie i partiti. Insieme a Craxi, che morì prima della pronuncia definitiva della Cassazione, vennero processati e condannati Sergio Cusani di Montedison, il faccendiere Luigi Bisignani e noti esponenti politici tra i quali: De Michelis, Bossi, La Malfa, Cirino Pomicino e Martelli.

Nel 1992, l’anno di “Tangentopoli”, Mario Deaglio, economista e docente all’Università di Torino, calcolò la ricaduta economica del giro di tangenti sui conti dello Stato. Per averne una idea basta digitare su “google” le parole “mani pulite”, aprire la pagina di wikipedia e scorrerla fino a imbattersi in questo titolo: “il costo delle tangenti”.

Per comodità vi trascrivo la stima che ne fece Deaglio: 10.000 miliardi di lire annui di costi per i cittadini; un indebitamento pubblico fra 150.000 e 250.000 miliardi di lire; tra 15.000 e 25.000 miliardi di interessi annui sul debito.

Vent’anni fa. Ora come allora.