Ha mantenuto il suo posto da dirigente nell’Arpa Lazio, nonostante il grave illecito che avrebbe commesso quando era alla guida della sezione provinciale di Frosinone dell’agenzia. Nel settembre 2010 infatti, su richiesta della Procura di Frosinone, Vincenzo Addimandi venne arrestato con l’accusa di aver falsificato i risultati delle analisi sugli scarichi delle acque reflue di una ditta di Anagni specializzata nella zincatura di tubi di acciaio. E quello della falsificazione è stata un’accusa mossa già altre volte al dirigente Arpa. Venne arrestato infatti già una prima volta, nei primi anni del 2000, quando era responsabile del laboratorio del servizio medico micrografico del presidio multizonale di prevenzione della Usl di Latina, per aver falsificato alcune analisi su degli alimenti. Alla fine dell’inchiesta, tuttavia, è stato prosciolto.

A Frosinone, secondo quanto scrisse il gip, nelle sue funzioni di direttore di sezione, Addimandi “comunicava (alla Guardia di Finanza che gli chiedeva i dati relativi ai campioni prelevati, ndr) che gli scarichi di origine meteorica dell’Eurozinco S.p.A. erano nella norma (…) laddove il parametro dello zinco era decisamente superiore al limite massimo consentito”. Il dirigente avrebbe alterato il “registro dei risultati”, riportando al parametro “Zinco” il risultato di “0,49 mg/l” anziché quello effettivamente accertato: di “1,490 mg/l”. La soglia massima è pari a 0,5 mg/l e il superamento equivale a commettere un reato punibile con l’arresto. Ad “incastrare” Addimandi in quel caso fu l’episodio della moria di pesci del rio Ponte delle tavole, che scorre nei pressi della zona industriale di Anagni. Ma soprattutto alcuni suoi collaboratori sui quali, secondo le loro testimonianze, l’allora direttore provinciale dell’Arpa faceva pressioni affinché i risultati delle analisi fossero indicati sempre nella norma. Uno in particolare, che conservò la copia di quelle analisi, riportava il dato autentico relativo alla quantità di zinco rinvenuta nell’acqua della ditta di Anagni.

Scontati gli arresti domiciliari, durante i quali, come sottolineano le associazioni Retuvasa (Rete di tutela della Valle del Sacco) e Codici Ambiente, fu “doverosamente sospeso dal suo incarico”, Addimandi viene, si, allontanato dalla sezione di Frosinone – “per evidenti ragioni”, osserva il commissario straordinario dell’Arpa Lazio, Corrado Carrubba, contattato da ilfattoquotidiano.it –, restando però a pieno titolo un dirigente dell’agenzia. L’ormai ex direttore della sezione di Frosinone venne infatti trasferito a Roma e nominato dirigente responsabile della divisione Ambiente e Salute regionale. Nell’ottobre del 2011 intanto è rinviato a giudizio (Retuvasa e Codici Ambiente vengono ammesse come parte civile). “Non discutendo le capacità tecniche del dirigente – denunciano le due associazioni – ci chiediamo come un ente pubblico possa considerare opportuno e compatibile con il principio della tutela del diritto alla salubrità dell’ambiente e alla salute dei cittadini affidare un incarico di così alta responsabilità ad un dirigente sotto processo a seguito di seri elementi probatori, relativi a presunti gravi reati”.

E con i suoi 116.388,39 euro all’anno Addimandi figura anche come il terzo dirigente Arpa più pagato. “Non si può parlare però di promozione – fa notare il commissario Carrubba – Le norme previste dal contratto non mi consentivano, all’epoca, azioni più rigorose”. Carrubba, in poche parole, pur volendo, non avrebbe potuto, “naturalmente nel rispetto della presunzione di innocenza”, tener fuori dall’agenzia Addimandi. Perché “l’episodio dell’inciampo di Addimandi – ricorda il commissario dell’Arpa – risale alla fase “ante-Brunetta”, in cui la normativa era assai garantista con i dipendenti pubblici”. Questi infatti, in caso di reato contro la pubblica amministrazione, mantenevano il proprio ruolo nell’amministrazione, almeno di pari livello funzionale e di pari retribuzione, fino a quando non venivano condannati in via definitiva.

La legge 15 del marzo 2009, introdotta dall’ex ministro, contempla invece la possibilità di adottare la sospensione o altri strumenti cautelari, anche se il procedimento penale non si è ancora concluso. Insomma “dovevo tenerlo in servizio”, spiega Carrubba, e per di più senza demansionarlo. “L’unica cosa che potetti fare – aggiunge il commissario regionale – fu perciò rimuoverlo dalla sezione di Frosinone”. Per la seconda volta, a dire il vero. Già perché nel 2007 uno dei primi provvedimenti di Carrubba, quando venne nominato commissario dell’Arpa dall’allora presidente della Regione Marrazzo, fu quello di sostituire Addimandi. Nella sezione di Frosinone, nonostante fosse presente – e lo è tuttora – una situazione assai delicata, visto che è competente sulla Valle del Sacco (vasta area agricola e di pascolo interessata da un alto livello di inquinamento causato dalla massiccia presenza di industrie), “vi era troppa tranquillità, troppa routine”, ricorda Carrubba. Al dirigente la cosa non andò giù, tanto che propose anche il ricorso contro la scelta del neo commissario: “Ma perse”. Il nuovo direttore della sezione, però, dopo soltanto due anni decise di andare in pensione. E dunque “non avendo altri dirigenti di quel livello su Frosinone”, Carrubba fu costretto a rimettere Addimandi. Ma “solo per alcuni mesi”, giusto il tempo di nominare un nuovo direttore per quella sezione. “In questo suo breve ritorno, però, venne arrestato”.

Il processo contro l’attuale responsabile della divisione Ambiente e Salute dell’Arpa è tuttora in corso. Entro l’anno arriverà sicuramente la sentenza di primo grado. Ma anche se venisse condannato resterebbe al suo posto. “Il procedimento disciplinare aperto nei confronti di Addimandi (come prevede la normativa precedente all’approvazione della riforma Brunetta, ndr) rimarrà infatti sospeso fino alla sentenza passata in giudicato”, conclude il commissario Carrubba. L’Arpa insomma potrà valutare ulteriori provvedimenti nei confronti del suo dirigente, solo dopo il terzo grado di giudizio.