Un film solo per gli americani? Chiedetelo a Spielberg, io non mi sono mai posta il problema…”. Alla presentazione romana, dove non abbiamo avuto il privilegio di incontrare Spielberg in persona, abbiamo parlato con Sally Field, che nel film interpreta la moglie del presidente. Due Oscar già in bacheca (“Norma Rae” e “Le stagioni del cuore”) e un terzo possibile per la sua Molly Lincoln, Field sgombra il campo dai dubbi. “Lincoln è universale, perché parla di problemi che toccano ogni paese: la chiusura in se stessi, il provincialismo. Tutti i popoli oggi sono a rischio: l’economia non va bene, ma nessuno fa qualcosa”. Dal 24 gennaio nelle nostre sale, il film di Spielberg inquadra gli ultimi quattro mesi di vita del 16° presidente Usa, impegnato a fermare la devastante Guerra Civile e far approvare il 13° Emendamento per abolire la schiavitù. Un imperativo morale, ma anche un colpo letale alle finanze dei Confederati, da attuare con (quasi) ogni mezzo possibile: tre buffoni messi in lista per acchiappare voti, incarichi governativi e privilegi presidenziali offerti a chi abbracciasse la causa abolizionista. Davvero, non sembra ci siano 150 anni, e nel nostro caso, un Oceano di distanza. Se sul voto di scambio, Spielberg si ripara dietro il nostro Machiavelli, la First Lady Sally Field intona un peana al compromesso: “Non è per forza negativo: serve a mandare avanti la baracca, non è una resa. Ed esistono compromessi e compromessi, a volte utilizzarli è la cosa migliore: bisogna progredire e governare con fair play, perché la gestione unica del potere significa dittatura. Viceversa, per quanto fragile e complicata, la democrazia è fondamentale, e va difesa”. Daniel Day-Lewis conosceva i celebri discorsi di Lincoln, come quello di Gettysburg, “ma, come essere umano, non sapevo niente di lui: aveva una mente brillante e acuta, e voglio pensarlo in movimento, intento a raccontare storie”.

Storie e aneddoti presidenziali su cui il film non lesina, correndo il rischio di far cadere le palpebre: “Lincoln è stato presidente – dice Day-Lewis – durante una guerra spaventosamente cruenta, che ha cambiato il rapporto dell’America con la morte”. Non solo, senza la sua lotta probabilmente non ci sarebbe nemmeno l’America che conosciamo: “Le sue scelte, la sua leadership – aggiunge la Field – hanno avuto un impatto decisivo, e non solo per l’abolizione della schiavitù. Forse senza di lui oggi gli Stati Uniti non esisterebbero: la schiavitù avrebbe distrutto il sogno democratico e ci sarebbero tanti piccoli staterelli. E, ovviamente, non ci sarebbe Obama”. Rimane un dubbio: l’importanza storico-politica giustifica due ore e mezza di beghe Nord-Sud, noia bipartisan e spettri agiografici? Chissà che direbbe Machiavelli…

Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2013