La sentenza della Consulta sul conflitto tra il capo dello Stato e i pm di Palermo, che conferma l’inviolabilità assoluta delle conversazioni del presidente della Repubblica, “apre ad un ampliamento delle prerogative del Capo dello stato, mettendo così a rischio l’equilibrio dei poteri dello Stato“. E’ la riflessione di Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo  e già titolare del fascicolo d’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Il leader della lista Rivoluzione Civile quindi conosce bene l’inchiesta ed è stato parte in causa di quel conflitto sollevato da Giorgio Napolitano che ha sostenuto che quelle quattro intercettazioni con l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, all’epoca indagato e oggi imputato di falsa testimonianza, dovevano essere distrutte immediatamente. 

“In attesa di leggere l’intera motivazione della sentenza – afferma Ingroia – mi limito a osservare che la Corte Costituzionale da un lato conferma il principio dell’assoluto riserbo che deve circondare le comunicazioni del Capo dello Stato, principio al quale si è sempre attenuta la Procura di Palermo (come dimostra il fatto che neanche una riga di queste intercettazioni è uscita sui giornali), ribadendo altresì che solo il giudice e non il Pubblico ministero può distruggere tali intercettazioni, come da sempre sostenuto dalla Procura”. “In secondo luogo – conclude , la sentenza apre ad un ampliamento delle prerogative del Capo dello stato, mettendo così a rischio l’equilibrio dei poteri dello Stato“. Nelle motivazioni della Consulta si sottolinea come il capo dello Stato sia intercettabile solo in un caso eccezionale ovvero quando si macchi di tradimento o attenti alla Costituzione, ed è comunque prerogativa del Comitato Parlamentare che può autorizzare le intercettazioni “sempre dopo che la Corte costituzionale abbia sospeso lo stesso dalla carica”. 

Del tutto diversa l’analisi di un altro magistrato antimafia appena passato alla politica, il capo uscente della Direzione nazionale antimafia Pietro Grasso, candidato del Pd. La sentenza “interviene su una questione precedentemente non del tutto definita, cioè quella dell’uso di intercettazioni che riguardano anche il presidente della Repubblica, e contribuisce, dunque, a fare chiarezza senza ledere le prerogative di nessun potere”. Di conseguenza, ha continuato Grasso, “mi auguro che i toni del dibattito intorno a questa vicenda siano ricondotti a un maggior equilibrio, anche per consentire che il processo di Palermo si svolga in un clima di massima serenità”.

Contro Ingroia si schiera il costituzionalista Stefano Ceccanti, senatore democratico uscente: “E’ vero esattamente il contrario di quel che sostiene il dottor Ingroia, la Corte costituzionale ha difeso soprattutto l’equilibrio tra i poteri”. Secondo Ceccanti, “non può esistere un Presidente della Repubblica garante dell’unità nazionale che non veda protetti, oltre ai suoi poteri formali, anche le attività informali inestricabilmente connesse ad essi”. Perché “lo schema opposto, sostenuto dal dottor Ingroia, vorrebbe porre le procure al di sopra della Presidenza della Repubblica, in grado di determinarne in modo unilaterale e assoluto l’ampiezza delle prerogative costituzionali”.

Più nettamente politico l’attacco del centrista Bruno Tabacci: ”Ingroia sulla Corte costituzionale parla come Berlusconi”, ha detto nella registrazione della puntata di Porta a porta. “Non condivido i suoi attacchi al capo dello Stato, né la sua scelta di scendere in politica”.