Quando si parla di informazione ci si dimentica sempre di loro, gli edicolanti. Per questo si sono autodefiniti “fantasmi”, e hanno scelto di protestare sotto la sede bolognese della Rai. “Siamo l’ultimo anello della catena – hanno spiegato – e tutte le difficoltà del mondo dell’editoria sono scaricate su di noi. Se continueranno gli abusi a breve sciopereremo e abbasseremo le serrande”. A guardare i numeri non hanno tutti i torti.

Nel corso degli ultimi anni un’edicola su quattro ha chiuso i battenti. Diecimila su tutto il territorio nazionale per un totale di 20 mila persone costrette a fare altro, o a restare disoccupate. Fossero concentrate in un sola azienda si tratterebbe di un problema industriale di prima grandezza, magari affrontato al ministero per lo sviluppo. “Invece nessuno racconta quello che stiamo passando, tra distributori che si rifiutano di rinnovare un contratto scaduto da tre anni e il governo Monti che scrive leggi senza capire su cosa sta legiferando, approvando articoli confusi e pasticciati”. Non è solo colpa di internet, della stampa gratuita e della crisi del settore. “Il nostro problema sono gli editori e i distributori, che con noi fanno il bello e il cattivo tempo”, spiega Giuseppe Marchica, segretario nazionale del Sinagi-Cgil.

“Lavoriamo 70 ore a settimana,  abbiamo solo sei giorni di festa all’anno e per chi se lo può permettere  un massimo di tre settimane di ferie non pagate”, spiega un edicolante. Uno tra i tanti che hanno protestato chiedendo visibilità e attenzione. Sono arrivati in un centinaio da tutta la regione sotto la sede della Rai Emilia Romagna, tra loro anche piccole delegazioni da Toscana, Lombardia e Piemonte. Il guadagno medio di queste persone? “Due terzi delle edicole portano a casa meno di mille euro al mese”, racconta Marchica.

Tanti i problemi della filiera. Primo tra tutti quello della circolare che il distributore Cdl ha inviato a tutti gli edicolanti lo scorso 14 dicembre. Richiamandosi al decreto legge 179/2012 del governo Monti, Cdl ricorda a tutti gli edicolanti che potranno restituire al distributore i prodotti editoriali “solo dopo che gli stessi siano stati richiamati alla scadenza prevista dall’editore”.

Che vuol dire? “Che saremo costretti a tenere nel punto vendita giornali invendibili per un periodo di tempo che non possiamo decidere noi. E per giunta tutta merce che di solito abbiamo già pagato e che non riusciremo mai a vendere”, spiega Luca, gestore di un punto vendita nella provincia di Bologna. “Quando il distributore ha bisogno di soldi – racconta Marchica – inonda le edicole di merce invendibile, noi siamo costretti a pagare in anticipo e così lui si rifornisce di liquidità”. E per merce invendibile non ci sono solo pubblicazioni in eccesso (es: 20 riviste consegnate quando il massimo storicamente venduto è la metà) “capita anche che arrivino vecchissimi prodotti editoriali riciclati, alle volte ancora prezzati in lire”.

Altro problema: le riviste a prezzo promozionale, ad esempio a 50 centesimi invece che 2 euro. “Il nostro guadagno è calcolato non sul prezzo originario ma su quello di vendita. Il distributore non ci rimette, l’editore fa marketing e rientra nei costi con la vendita di pubblicità, i giornalisti non subiscono certo un taglio dello stipendio. Gli unici ad andarci di mezzo siamo noi”. Ultimo ma non meno importante: la liberalizzazione della vendita dei giornali.

“Siamo in mano ai distributori che hanno potere di vita o di morte su di noi – spiega un edicolante toscano – Hanno parlato di mercato per poi creare nella realtà monopoli locali. Per giunta hanno permesso alla grande distribuzione di vendere i giornali nei supermercati”. Risultato? “Chiusure di massa nei dintorni dei centri commerciali e impoverimento dell’offerta. In un’edicola trovate in media 2500 testate e prodotti differenti, nei supermercati solo 300. Che bisogno c’era di dare a Coop e Esselunga la possibilità di vendere giornali? Non ci guadagna certo il lettore visto che i prezzi sono imposti e non scontabili. Anche qui, gli unici a perderci soldi siamo noi”.