La proposta editoriale di oggi è di un autore in cerca di editore ma che comunque ha già pubblicato. Non ha insomma bisogno di consigli per proporsi, credo. Per gli aspiranti scrittori di consigli pullula la rete. Ne ho intercettato uno, che mi sembra interessante.  Potete ascoltarlo da questo player su Radio24

E buona lettura,
Reb

 

Come un brivido nel mare

di Francesco Grasso

Prologo

Rada di Messina, giovedì 31 dicembre 1908

 La donna avanzava con cupa compostezza lungo il corridoio gremito di brande militari e cumuli di materiale marchiato con l’emblema della Regia Marina. Alta e robusta, indossava una veste azzurra di taglio discreto e un copricapo dello stesso colore. Procedeva affiancata da un drappello di infermiere dal viso rosso e le bustine macchiate di sudore, mentre alle sue spalle un codazzo di personaggi paludati in abiti inadatti alla circostanza arrancavano con aria impacciata. Due passi più avanti, un ometto in divisa da ufficiale s’affannava a far largo al gruppo attraverso i ponti affollati di quel vascello da guerra adattato in tutta fretta a nave ospedale.

D’un tratto la donna s’accostò a una lettiga. S’informò sulle condizioni di chi vi giaceva, poi fece cenno alle infermiere di provvedere. Quindi, sotto lo sguardo scandalizzato del suo seguito, si chinò a fianco d’un anziano che gemeva dal dolore e gli sostenne i polsi mentre il chirurgo apponeva gli ultimi punti di sutura. Schernendosi dai ringraziamenti del medico, passò a consolare una ragazza, coperta solo di stracci e fuliggine, che tremava raggomitolata su se stessa.
– Di grazia, uno dei miei abiti a questa giovane – ordinò d’istinto a una delle matrone che la scortavano.
– Uno dei… – ripeté l’altra, incredula. – Siete sicura…?
– Questi sfortunati hanno perduto tutto, non vedete? – decretò la donna alta. – Portate qui il mio bagaglio: lo distribuiremo tra i più bisognosi.
Le altre s’affrettarono a ubbidire. La donna in azzurro si tolse il cappello, mettendo in mostra lunghi capelli corvini raccolti in un’acconciatura severa. Poi fece cenno all’ometto vestito da ufficiale.
– Capitano?
L’ometto accorse con aria frastornata.
– Quanti sfollati avete preso a bordo, capitano?
– Trecento, all’incirca – informò l’ufficiale. – E altrettanti sul Napoli.
– Così pochi? – si stupì la donna.
– L’ordine è imbarcare i feriti più gravi – spiegò l’altro. – L’ammiraglio Mirabello intende condurli sul continente appena cesserà la burrasca. Saranno il Taormina e gli altri piroscafi civili a proseguire i soccorsi…
Le ultime parole dell’ufficiale si persero nello scroscio della pioggia che picchiava contro gli oblò: l’attenzione della donna era stata catturata dalla figura d’un giovane riverso su una branda posta in disparte e celata da un lenzuolo inchiodato alla paratia. Tra le aperture di quell’approssimativo paravento, la donna vide che entrambe le gambe e il braccio sinistro del giovane erano devastati da ustioni. Sulle sue spalle scorse i resti di un’uniforme a righe orizzontali bianche e blu, anch’essa segnata dalle bruciature. Ma fu soprattutto il viso del giovane a colpirla: a stento scampati al fuoco, i lineamenti del ferito apparivano eleganti, cesellati, perfetti. I suoi capelli corti erano di un giallo intenso. I suoi occhi, benché velati dalla sofferenza, rifulgevano d’un azzurro quasi insostenibile.
La donna notò che anche le infermiere avevano colto la bellezza del giovane, e quasi si spintonavano l’un l’altra per accostarsi alla sua branda.
– Di grazia, chi è quell’uomo? – chiese all’ufficiale.
L’ometto scrollò le spalle. – Non lo sappiamo.
– Non lo sapete? Che significa?
– L’abbiamo raccolto stanotte, sulla spiaggia. Il suo italiano è approssimativo. E’ sicuramente straniero, forse un marinaio dell’incrociatore Makarov, a giudicare dalla scritta sul suo berretto…
La donna tagliò corto, rivolgendosi direttamente al ferito.
– как вы себя чувствуете, моряк?
L’uomo sussultò, sorpreso di sentirsi interpellato nella sua lingua natale. Provò a rispondere, ma un colpo di tosse gli squassò il petto. Sulle sue labbra apparve una macchia scura, che la donna deterse con un panno, invitando nel contempo le infermiere a smettere di perder tempo e a occuparsi degli altri feriti. Loro ubbidirono, palesemente a malincuore.
– Qual è il vostro nome di battesimo, marinaio? – domandò, esprimendosi di nuovo in un russo fluente.
– Alec Vassilievic – mormorò stentatamente il giovane. – E il vostro, mia buona signora?
– Jeléna Nicolaevna – rispose d’istinto la donna.
Il marinaio trasalì di nuovo, realizzando all’improvviso, anche scorgendo le livree dei personaggi che facevano codazzo alla donna, l’identità di colei che gli stava di fronte.
– Perdonatemi, maestà: non vi avevo riconosciuta.
La consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia scosse la testa. – In fede mia, marinaio, qui non ci sono nobili né sovrani: solo anime compassionevoli che desiderano arrecare conforto.
– Vi prego, mia buona signora… – si lamentò il giovane. – Muoio di sete.
La regina d’Italia afferrò una brocca, l’accostò alle labbra del ferito. Lui tentò di deglutire, si lasciò sfuggire un gemito.
– Bevete piano, marinaio – gli raccomandò la donna.
Poi si rivolse all’ufficiale, ancora impalato sull’attenti. – Quest’uomo soffre molto, capitano. Non è possibile somministrargli una fiala di morfina?
– Lo abbiamo già fatto, maestà.
– Potreste aumentare la dose.
L’altro scosse la testa. – Le nostre scorte sono molto limitate, maestà.
La donna corrugò la fronte, come se solo in quel momento la bizzarria della situazione le si rivelasse in pieno. – Perché quest’uomo è qui, capitano? Forse una squadra straniera è rimasta coinvolta negli incendi?
L’ometto abbassò lo sguardo, imbarazzato. – Non lo sappiamo, maestà.
La donna batté signorilmente le palpebre. – In fede mia, capitano, credo che dovreste imbarcare quest’uomo su una lancia e condurlo al Makarov. E’ il minimo che possiamo fare, per ripagare l’aiuto che la flotta imperiale russa ci sta prestando in questa ora buia.
L’altro tossicchiò. – Non è così semplice, maestà.
– Come dite?
– E’ pericoloso muoverlo da quel letto.
– Perché mai? Ha lesioni interne?
– Il problema è un altro, maestà…
– Di che parlate?
L’ufficiale abbassò la voce. – Mi spiace, ma devo pregarvi di rimettere il lenzuolo a posto. E’ accaduto che alcuni superstiti abbiano dato in escandescenze alla sola vista di…
– ‘U signu! Vardàti!
L’ufficiale e la regina si volsero all’unisono: una donna anziana, urlando, puntava un indice ossuto contro il giovane russo.
– Infermiere! – comandò in fretta l’ufficiale. – Zittitela, presto!
Il personale medico della nave obbedì in fretta. Ma non abbastanza. Un secondo sfollato, allarmato dal grido della vecchia, si levò dalla branda e scorse il marinaio del Makarov. All’istante il suo viso divenne paonazzo.
– TU! Malarittu! Jo ti…
Balzò giù dal letto e si gettò con aria folle contro il russo. Gli uomini addetti alla sicurezza, colti di sorpresa, scattarono con un attimo di ritardo: lo squilibrato, puntando ciecamente al suo bersaglio, aveva già travolto la regina, cogliendola con una gomitata in pieno viso. Fu bloccato senza tanti riguardi: lo portarono via che ancora urlava.
Elena di Savoia, ansimando, si tirò a sedere sulla branda del russo. Trattenendo un gemito, tamponò il naso sanguinante col fazzoletto di trine.
– Buona signora, vi prego…
La regina si rese conto che il giovane ustionato le sussurrava qualcosa in russo. D’istinto accostò l’orecchio alle sue labbra.
– Io non uscirò vivo da qui, e forse lo merito… – udì. – Ma vi prego, prendete questo. Qualcuno deve sapere.
Meccanicamente, la donna afferrò l’oggetto che il giovane aveva tratto dalla tasca interna della giubba. Era, s’avvide, un voluminoso taccuino dalla copertina annerita dal fumo. Non ebbe modo di chiedere spiegazioni: le dame di compagnia le si accalcarono intorno, quasi sollevandola di peso dalla branda del giovane. Pigolavano tutte insieme e torcevano i pugni, più incredule che spaventate.
– Vostra maestà!
– State bene?
– Cosa è accaduto?
– Per tutti i santi, voi sanguinate!
– Quando il re verrà a saperlo…
L’ufficiale di bordo, pallidissimo, si scosse, tentò di prenderla in disparte.
– Vostra maestà, imploro umilmente perdono. Stavo appunto accennando al pericolo che correvate…
Lei lo zittì seccamente. – Credo, capitano, che mi dobbiate una spiegazione… E la pretendo adesso. 

Dispaccio telegrafico trasmesso otto ore dopo la tragedia.

Innumerevoli morti et case crollate. Impossibile provvedere sgombero macerie. Mezzi locali insufficienti. Urgono soccorsi vettovagliamenti assistenza feriti.

Tenente di vascello Belleni (torpediniera Spica, Marina di Nicotera)

                                                  Gli uomini disseppelliscono gli uomini per seppellirli di nuovo

Giovanni Pascoli (testimone)

 Articolo di Luigi Barzini, Corriere della Sera, lunedì 4 gennaio 1909

La visione che coglie chi giunge, via nave, sui luoghi della tragedia è spaventevole. A Messina solo un edificio su dieci è rimasto in piedi. Gruppi di sbandati vagano con sguardi vacui per quella che un tempo è stata la loro città, alla ricerca degli affetti rimasti sotto le macerie. Cadaveri continuano a essere gettati a riva dalle onde. Mani ingiallite spuntano dalle rovine come orribili funghi […]

Neanche negli anni della mia corrispondenza da Mukden ho veduto scene così strazianti: i profughi si muovono a branchi, attoniti, laceri, smarriti, affranti come manipoli di un esercito battuto. Di soccorso in soccorso, e tra il fetore, i lamenti e le rovine, pare di trovarsi sul campo di un’incalcolabile disfatta […] Gli scienziati discorrono di movimento tellurico e conseguente maremoto, della necessità di aggiungere un grado alla scala Mercalli, di tracce sui sismografi così grandi (oltre 40 centimetri) che hanno superato l’ampiezza dei cilindri di registrazione. Di certo ciò che si è abbattuto, qui alle 5 e 21 di lunedì 28 dicembre, è stata la più luttuosa catastrofe naturale nella storia della nostra penisola. Forse dell’intera Europa.

L’Ora di Palermo, 5 gennaio 1909

Dalle macerie, una donna implorava aiuto. Aveva le mani ornate d’anelli. Uno sciacallo, per non perdere tempo, le tagliò le dita. Non vi saranno pallottole sufficienti a fucilarlo.

Dalla prima pagina de Il Giornale d’Italia, martedì 5 gennaio 1909

In questa giornata di lutto nazionale, S.M. il Re ha indirizzato un elogio al personale italiano e straniero impegnato nei soccorsi. “Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia,” ha detto S.M. “una volta di più ho potuto constatare il nobile slancio dell’Armata che, accomunando i suoi sforzi a quelli dei valorosi equipaggi delle navi estere, compì opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti. Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione.
Il mio pensiero riconoscente corre pure agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe e inglesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opra.

Dalla missiva di un lettore de Il Giornale d’Italia, mercoledì 6 gennaio 1909

[…] apprendo dagli articoli del vs. inviato in Sicilia che le prime navi italiane sono giunte nei luoghi del terremoto solo nella mattina del 30 dicembre, mentre già da ventiquattrore gli equipaggi di una flotta russa e di una squadra navale britannica prestavano aiuto alla popolazione.
Il vs. corrispondente Goffredo Bellonci rimarca questa differente solerzia in un polemico attacco all’inefficienza delle nostre Forze Armate. A mio parere, tuttavia, egli omette di chiarire un particolare che io giudico inquietante… Perché mai la marina imperiale russa e la Royal Navy tenevano due formazioni da battaglia in assetto completo davanti a Messina?
Giacché le suddette nazioni non sono in guerra tra loro, e di certo non lo sono con l’Italia, quale motivo poteva indurre l’ammiragliato britannico e la sua controparte russa a effettuare manovre navali nelle nostre acque territoriali?
Forse che, in qualche modo incomprensibile a noi lettori ignoranti, potevano prevedere quanto sarebbe accaduto? Prego il gentilissimo Bellonci di rispondere a questo mio umile interrogativo.

Quarta di copertina

Se si chiede all’uomo della strada: “Qual è stata la più grave catastrofe naturale mai avvenuta nella storia della penisola italiana?”, quasi certamente risponderà “Pompei!”, oppure “Il Vajont!”.
In realtà, l’evento naturale più devastante mai abbattutosi sul nostro paese avvenne il 28 dicembre 1908 a Messina. Un terremoto di potenza mai registrata prima, seguito da un ancor più violento maremoto (la parola “tsunami” non era ancora di moda!) uccise più di 200.000 persone, rase al suolo due città (Messina e Reggio Calabria), annientò paesi, porti e contrade sulle due sponde dello Stretto.
Eppure, a dispetto della sterminata narrativa e cinematografia “catastrofista” che pervade i media (non solo americani), sull’evento del 1908 c’è ben poca letteratura. I giornali dell’epoca raccontano che i primi soccorsi alla popolazione furono prestati da marinai di una flotta da guerra russa alla fonda davanti a Messina e da uomini di una squadra navale britannica, anch’essa ormeggiata in rada…
Nessuno, tuttavia, ha mai raccontato PERCHE’ due nutrite flotte da guerra si stessero fronteggiando, strana coincidenza, PROPRIO nell’esatto luogo e istante della catastrofe. Cosa cercavano, russi e inglesi, nelle acque siciliane? Forse che i servizi segreti dello zar e l’intelligence britannica potevano prevedere ciò che sarebbe successo? E’ possibile che due delle maggiori potenze mondiali di allora fossero sulle tracce di un’arma in grado di provocare i terremoti? In questa ipotesi, che rapporto esiste tra l’evento di Messina del 1908 e il cataclisma di pari potenza che – solo pochi mesi prima – aveva devastato la Siberia nei dintorni del fiume Tunguska?
Altro mistero: le cronache raccontano che il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena si precipitarono sui luoghi della sciagura per assistere i superstiti. Un comportamento talmente insolito, per i Savoia, che destò già allora molte perplessità. In particolare – si racconta – la consorte del re si adoperò come infermiera a bordo della corazzata Regina d’Italia, per l’occasione adibita a nave ospedale.
I giornali riportano che la regina fu vittima di un piccolo incidente: uno sfollato, atterrito da una scossa d’assestamento, travolse la sovrana, procurandole una piccola ferita al naso.
La stranezza della notizia (peraltro riportata pedissequamente dal Corriere della Sera, da Il Tempo e altri quotidiani) è eclatante: come si può avvertire una scossa di assestamento su una nave in alto mare?
Cosa, dunque, avvenne VERAMENTE a bordo della Regina d’Italia? Quale evento si cercò di coprire con una versione di comodo?
Il romanzo Come un brivido nel mare tenta di rispondere a questi interrogativi. E racconta ciò che allora fu taciuto, rivelando un incredibile segreto – costato la vita a più di duecentomila italiani – tenuto nascosto da più di un secolo e le cui implicazioni potrebbero essere terribili anche per il nostro futuro come popolo e come nazione.

L’autore

Francesco Grasso è nato a Messina nel 1966. Ingegnere Elettronico, vive e lavora a Roma nel settore della pubblica amministrazione. E’ sposato e padre di due bimbi. Scrive narrativa da molti anni. Ha pubblicato due romanzi con Mondadori, uno con l’editrice Perseo, uno con Stampa Alternativa, e una quarantina di racconti su antologie e riviste. Ha anche pubblicato un e-book e articoli su varie testate giornalistiche.

Mail: grasso@digitpa.gov.it