Ci sono alcuni appuntamenti che prima o poi andranno a impegnare l’agenda di uno scrittore, fra questi la decadenza del corpo e la perdita dei genitori. Con Diario d’inverno, Paul Auster, che alla morte del padre aveva già dedicato L’invenzione della solitudine, ritorna sull’argomento occupandosi della scomparsa della madre, grosso modo coincidente con le prime disattese del proprio corpo fisico.

Non tutto è andato liscio e nel più recente memoir dell’autore della Trilogia di New York alcuni hanno creduto di verificare una sostanziale caduta di ispirazione. È bene però sottolineare come insistere su certe manchevolezze dia un po’ l’idea di voler fare la posta a un uomo affaticato per colpirlo non appena abbassa il capo: cecchinaggio letterario, quando va bene; umano, quando bene non va.

Dove Paul Auster dimostra di non essere per nulla in difficoltà è nel lungo elenco delle case abitate nel corso della vita, nell’amata Brooklyn, a New York, negli Stati Uniti fino in Europa. Da pochi tratti sapienti, non di rado estesi ai vicini di casa, all’idea che presto si fa strada nel lettore: a Paul Auster nessuno ha regalato nulla, mai. Quasi sempre si tratta di case piccole, inadeguate, strappate a lavori e stipendi che non potevano permettersele. E quasi sempre, dritta come una stilettata, scatta la considerazione: ma se uno come Paul Auster è stato costretto a strappare la vita a morsi, perché altrettanto non accade/è accaduto a tanti scrittori/intellettuali della scena europea di cui non ricordiamo analoghi exploit catastali?

Vogliamo resuscitare il diritto allo studio? Vogliamo evocare lo stato sociale? Vogliamo parlare di qualcosa di divertente che si avrà cura di non fare mai più? Di qualunque cosa vogliamo parlare, la ricerca affannosa di due metri quadrati supplementari dove stipare qualche libro, di un bando per prolungare una borsa di studio che sta per scadere, ci hanno fatto diventare più simpatico uno scrittore che non ha mai brillato per simpatia, ma solo perché la simpatia è una qualità che si concede ai poco provveduti, non a coloro che nella vita dimostrano di essere più bravi di noi nonché, al nostro contrario, di possedere un paio di palle robuste così.