La ripresa ci sarà, anche se quasi impercettibile. Ma senza miracoli dal lato della disoccupazione. È questa la diagnosi di Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, per anni responsabile delle statistiche dell’Ocse. L’Italia è tornata ai livelli del 1996, ma oggi più che allora la prospettiva di un posto (fisso, ma anche precario) e di un reddito decente sembra remota.

Presidente Giovannini, con l’Istat siete stati cautamente ottimisti sul Pil nel 2013. Possiamo esserlo anche sull’occupazione?
Benché si preveda una riduzione del prodotto interno lordo in media d’anno, si ipotizza che attorno a metà 2013 ci possa essere un ritorno a segni positivi della variazione congiunturale del Pil anche se con lo zero davanti. Ma una ripresa di dimensioni così ridotte non può che avere effetti sulla occupazione molto ritardati.

Perché?
Una crescita del Pil di mezzo punto all’anno o un punto all’anno sarebbe in gran parte assorbita dall’aumento della produttività. Il progresso tecnico riduce la relazione tra l’aumento del Pil e quello dell’occupazione. E quando c’è una ripresa prima aumenta l’orario pro capite, poi c’è l’assorbimento della cassa integrazione, poi l’aumento delle teste.

Abbiamo superato il rischio collasso?
Se si è evitato sul piano finanziario non può essere ancora detto per alcuni settori produttivi, stando a quello che raccontano gli imprenditori. Molte imprese che operano sul mercato interno hanno retto finora, ma sono ormai allo stremo. Non si sa se possano sopravvivere altri sei mesi in queste condizioni. Le rilevazioni sulla fiducia registrano qualche miglioramento tra le imprese manifatturiere, mentre il terziario e, soprattutto, le costruzioni restano molto negativi. E la nostra economia è fatta all’80 per cento di terziario e per meno del 20 per cento di industria.

Quale trend si vede nel mercato del lavoro?
In Italia sta avvenendo un fenomeno di riduzione dell’inattività benché il mercato del lavoro sia depresso. Significa che molti, soprattutto ragazzi e donne, si stanno offrendo sul mercato. In aggiunta abbiamo più di un milione di cosiddetti scoraggiati, persone che non provano neppure a cercare un posto, anche se sarebbero disponibili a lavorare.

Cos’è peggio, avere tanti scoraggiati o tanti che cercano lavoro e non riescono a trovarlo?
Storicamente quando il ciclo economico peggiora, il tasso di disoccupazione aumenta ma meno di quello che dovrebbe perché gli scoraggiati escono dal mercato. Il fatto che, invece, in questa fase, in tanti cerchino lavoro nonostante la situazione indica che molte famiglie sono in estrema difficoltà, come indicano i nostri dati sulla povertà. Un brutto segnale.

Si parla sempre di “disoccupazione” record. È corretto?
L’Istat ha dati annuali e trimestrali coerenti sul mercato del lavoro dal 1993. Le serie mensili, quelle che i media commentano di più, sono disponibili dal 2004. Ora il tasso di disoccupazione è ai livelli del 1996.

Nessuno ricorda però il 1996 come un anno drammatico.
Dal 1996 al 2007 abbiamo avuto un tasso di disoccupazione che è diminuito perché il tasso di occupazione è cresciuto, anche grazie alla riforma Treu. Prima dell’inizio della crisi, nel 2007, c’è stata una forte espansione del reddito con l’occupazione al massimo storico. Ma in quattro anni e mezzo la disoccupazione è passata dal 6 all’11 per cento. E questo ha colpito soprattutto i giovani. Negli ultimi 10 anni il reddito è cresciuto così poco che in termini di Pil pro capite siamo ora intorno ai livelli del 1994-1995. Ci siamo bruciati 18 anni, sia in termini di disoccupazione che di reddito. E come ci dicono le neuroscienze, perdere qualcosa ha un effetto molto peggiore che guadagnare qualcosa.

Nella disoccupazione giovanile si intravede qualche miglioramento?
Purtroppo no.

C’è una tesi diffusa: alcuni posti di lavoro ci sarebbero, ma gli italiani non li accettano. E i giovani, come ha detto Elsa Fornero, sono choosy, schizzinosi. E’ così?
C’è senza dubbio un mismatch. Per tre motivi: l’impresa cerca una professionalità che sul mercato non c’è, perché magari è molto nuova. O cerca una professionalità che non sa di essere ricercata. Oppure ancora il potenziale lavoratore lo sa ma non ritiene che quel lavoro non sia interessante. Il fatto che tanti giovani prima inattivi ora cerchino lavoro indica che, mentre prima le famiglie riuscivano a “finanziare” un ragazzo che rimaneva in famiglia, ora non ce la fanno più. Inoltre, sta passando il messaggio che aver lavorato è utile per trovare il lavoro successivo. Ma non dimentichiamo che abbiamo milioni di persone, soprattutto ragazzi, sotto inquadrati. Per esempio laureati che fanno lavori per cui è richiesta il diploma di scuola superiore. Non si può generalizzare: c’erano giovani choosy che ora non lo sono più, altri che non lo sono mai stati e altri che lo sono ancora.

La “cura Monti” sui conti pubblici ha peggiorato la disoccupazione?
Servirebbero modelli contro-fattuali. Non c’è dubbio che c’è stata una riduzione del reddito disponibile. Ma cosa sarebbe successo al reddito delle famiglie, e quindi all’occupazione, se l’Italia avesse fatto default, o se l’eurozona si fosse dissolta, e quindi il valore degli asset fosse crollato? Secondo alcune valutazioni l’impatto poteva essere del 30 per cento del Pil.

Come si può riuscire a riassorbire i tre milioni di disoccupati?
È la risposta che tutti si aspettano dalla politica e non solo. E ricordiamo che l’occupazione la fanno le imprese, non la Pubblica amministrazione.

Da Il Fatto Quotidiano del 16 dicembre 2012