Qualcuno saprebbe indicarmi qual è il significato della parola “indie”? Ragionare, ai nostri giorni, su cosa possa rappresentare – in termini musicali – tale definizione è certamente complesso. Lo è ancor più in Italia, laddove il sottobosco musicale è prevalentemente figlio delle pose e figliastro dell’unica cosa che realmente conta: la musica.

Innanzitutto bisognerebbe chiedersi – se dalle nostre parti – esiste, la succitata cultura; in Inghilterra ad esempio è sufficiente evocare la Rough Trade per rendere comprensibile certe modalità musicali (ma a quelle latitudini, sono storicamente infinite le combinazioni possibili). Nel nostro paese, viceversa, dobbiamo fare qualche distinzione. Sappiamo per esempio ciò che al peggio ci caratterizza (Il Festival di Sanremo), non di meno conosciamo quanto al meglio ci definisce (la canzone cantautorale) ma la musica rock? Se tralasciamo qualche rara intuizione remota, la situazione è a dir poco imbarazzante; guardando poi “alla musica indipendente”…c’è da mettersi le mani nei capelli.

Siamo la patria del ritornello! Inutile “provare ad essere ciò che non siamo”, il nostro è il Paese degli spaghetti e non quello dei Fish and Chips!

Un esercito di indie boys pronti a schiumare rabbia si ribellerà a cotanto ardire, e d’altronde, fare di tutta l’erba un fascio non è mai conveniente: esistono in effetti alcune band che sembrano “più inglesi dei gruppi inglesi” ma a stonare – spesso – è la melodia d’italica concezione: mielosa, coatta, soprattutto fuori luogo.

Il fatto è che i cosiddetti gruppi alternativi, si prendono tremendamente sul serio! Anzichè ragionare per logiche musicali, restano concentrati su fantomatiche attitudini. Avete presente gli Hipster? Derivano da ciò che succede in America/Inghilterra; portano golfini color caco, pantaloni a quadretti rosso-blu e occhiali in osso. Sono magri e, perennemente connessi in rete, fanno finta di essere vestiti con la prima cosa capitata tra le mani “al buio del mattino”. Ritengono di suonare buona musica, inutile chiedere loro di che roba si tratti…dopo aver “smascellato un paio di smorfie”, una cosa soltanto sapranno rispondere: Figo! Già perché il gergo è direttamente proporzionale al look.

Forse essere indie in Italia significa seguire le correnti? Le stesse – attualmente – impongono  di cantare rigorosamente in italiano, perché se canti in inglese “non ti si fila nessuno”! La gente non capisce e poi… non è più di moda! Che sia in atto una sorta di rivendicazione campanilista? Nulla in contrario ma sentire testi fintamente sciatti applicati sovente a cadenze dialettali o da quartiere di periferia, suscita tenerezza.

Qualche nome? Qualcuno dica a Lo Stato Sociale che “ad essersi rotti” non sono loro ma chi come il sottoscritto si trova ad ascoltare nel 2012 testi abili nel fare leva sul sentimento comune di quattro pischelli riottosi. Tuttavia i sold out a corredo dei loro live, parlano chiaro: hanno ragione loro, essere indie in Italia “è tutta quella roba lì”. Sarà…

Proviamo a diversificare. Vogliamo parlare dei Calibro 35? Ovvero un progetto in cui a fare la differenza è la tecnica: indiscutibilmente spericolata, almeno quanto “il filone poliziottesco” al quale s’ispira la band milanese. Ebbene, nel momento in cui Colliva e soci avrebbero dovuto rivendicare “l’essere realmente fuori dai margini”, finiscono per fare stacchetti pubblicitari nel salotto buono di Rai Tre! Perché come dice la nota ufficiale su Facebook, “Intanto facciamo esperienza in tv e poi ci si deve pur rendere visibili!”. Forse in Italia essere indie significa mostrarsi alternativi solo fino a quando ti chiama Fabio Volo?

Infine non si può non citare la consegna del Premio Italiano Musica Indipendente, a cura del Mei, tenutasi domenica 2 dicembre a Bari.

I vincitori delle targhe li potete trovare qui. A destare interesse, non sono comunque quei nomi (alcuni in heavy rotation direttamente “dal Tenco”) e nemmeno la manifestazione, bensì una piccola finestrella nel sito ufficiale. Cliccandovi sopra, si viene orientati in “certe classifiche di gradimento delle indipendenti preferite da radio e new media”, le quali, svelano l’arcano! Ovvero cosa significhi essere realmente alternativi!

Essere indie in Italia secondo codesti signori, vuol dire chiamarsi tra gli altri,  Nesli, Emis Killa, Irene Grandi, Negramaro e pure Francesco De Gregori (ma leggetevela per intero)!

Dopo aver tacitato – con un bicchiere di lambrusco di Luzzara – il singhiozzo imperante pervenuto dopo la lettura della classifica… l’ennesima domanda trova libero sfogo: forse anche in questo caso gli interessi di case discografiche/uffici stampa giocano a fare la differenza?

La verità si nasconde tra le cose non dette. La buona musica – per essere tale – dovrebbe emanciparsi da logiche commerciali inquinanti. Evitare dunque “apparati obsoleti e incancreniti”? Si veda il tutto come una garanzia a tutela! Il sottobosco musicale di appartenenza, anziché rincorrere l’ultima corrente autodeterminante, dovrebbe favorire la creatività nel nome del talento, il quale “se foraggiato a dovere” (l’auto-produzione aiuta), conduce inequivocabilmente alla musica di qualità. 

La libera traduzione del significato della parola indie in Italia dovrebbe alla fine essere questa? Ammesso che lo sia, allora bisognerebbe domandarsi se esistono gruppi in grado di supportare tali requisiti. Più che una domanda vorrebbe essere forse un grido accorato di speranza…

Giunti in fondo alla storia, il solito dj qualunque – dopo aver ripreso in mano la playlist di gradimento del Mei – scopre che al ventunesimo posto è in discesa un certo Pino Daniele, un tizio di Napoli. Pare porti occhiali in osso e pantaloni stretti pure lui.

 9 canzoni-9

9 canzoni 9 … bevendo lambrusco di Luzzara 

Lato A

 Crystalied • Martina Topley Bird &  Mark Lanegan

Yet Again • Grizzly Bear

The Modern Age • Exitmusic

You’re Early • 2:54

Lato B

The Seer Returns • Swans

In the Morning • Soulsavers

Cherokee • Cat Power

La Polvere del Branco • Franco Battiato

Para • Calexico