Ieri sera Bill Maher, il comico americano che fa concorrenza nelle mie scelte televisive all’altrettanto adorato Jon Stewart, nel suo show ha consigliato a Barack Obama, rieletto presidente degli Stati Uniti, di infischiarsene di ciò che pensano e dicono i repubblicani e dare finalmente seguito, al 100%, alla sua agenda liberale.

In fondo, questo il succo dell’intervento, per molta parte del GOP, in particolare quella che non ha capito nulla di come il paese stia cambiando (in meglio), Obama resterà sempre e comunque “un nero arrabbiato”.

A quasi due settimane da una rielezione storica, per ragioni che altri meglio di me hanno spiegato, i commentatori repubblicani e molti leader del partito, infatti, invece di riconoscere la loro sconfitta, prenderne atto e rimboccarsi le maniche, stanno ancora lanciando strali contro Obama e contro quel suo aver distrutto “l’America tradizionale, quella bianca”. Lo hanno detto in tanti. Da Bill O’Reilly a Sarah Pailin. E, ovviamente, lo ha detto, a modo suo, anche lo sconfitto che non voleva ammettere la sconfitta (ci ha pensato oltre un’ora), Mitt Romney. Che, in una conversazione post elettorale con i suoi finanziatori ha attribuito la sua sonora sconfitta ai neri, ai latinos e ai giovani. Quelli a cui Barack Obama ha fatto dei “regali” (ovviamente per lui “regali” sono la possibilità di continuare gli studi, quella di curarsi o l’aspirare ad essere trattati come esseri umani – anche se illegali – e non come bestie).
L’unica buona notizia in questo delirio infinito dei repubblicani è che così rischiano di estinguersi per loro esclusiva incompetenza e incapacità a rappresentare le istanze di un paese.

Con un pò di buon senso, umano e politico, infatti, loro, i perdenti, saprebbero, come gli ha ricordato in maniera egregia Jon Stewart, che l’America “tradizionale” è proprio quella fatta di “nuovi immigrati” che arrivano per inseguire il sogno di una vita migliore e non di bianchi o inglesi o irlandesi o italiani o latinos. Un paese in grado di modellare sè stesso su questa continua trasformazione che ne rappresenta l’unicità.

Perché, come dice Stewart, a meno che “non ti chiami Toro Seduto” non hai proprio niente di cui lamentarti perché su questa terra ci sei arrivato da straniero come tutti e, dunque, il tuo diritto a “rappresentare l’America” è uguale a quello di ogni altro essere umano. Qualsiasi sia il suo colore o la sua religione o la sua cultura. E, soprattutto, a prescindere dal suo conto in banca.