Quel che è andato in scena ieri al teatro Eliseo, a Roma, il sunto di tutto quello che la Cultura non dovrebbe essere. E sfortunatamente quasi sempre è. Un evento preparato con le migliori intenzioni da parte del Sole 24 Ore, con il contributo dell’Enciclopedia italiana Treccani e l’Accademia dei Lincei. Un meritorio impegno preso nei confronti dei tantissimi firmatari del Manifesto lanciato nel passato febbraio. Persone che, unite nelle diverse specificità, hanno creduto davvero che si potesse cambiare. Scrivere una storia nuova. Che riguardasse ognuno di Loro e il Paese. Archeologi, architetti, storici dell’arte, musicisti, attori e artisti convinti che fosse “la volta buona”. Per uscire dall’emarginazione alla quale l’hanno relegata decenni di cattiva politica.

Nonostante una serie impressionante di occasioni nelle quali discutere. Avanzando proposte. Ribadendo l’indiscutibile rilevanza della Cultura. Congressi, convegni, tavole rotonde, dibattiti, fiere, conferenze. Ore ed ore di discorsi intorno a quella sorta di mantra che è la Cultura. Milioni di parole pronunciate e scritte. Ascoltate e riferite. Poi, quasi sempre assai poco. Spesso, il nulla. A fronte di una fase progettuale lunghissima ed articolata, realizzazioni estremamente esigue. Sostengono, a ragione, le soprintendenze e tantissimi direttori di musei ed archivi, siti archeologici e biblioteche, per mancanza di risorse. Ma, a ben vedere, non soltanto per questo. Anche per l’incapacità di rispondere in modo nuovo a criticità vecchie.

Per chi ieri ha voluto esserci, sugli spalti del teatro romano, decidendo che valesse la pena di regalare un’altra chance a chi si occupa, dal vertice della piramide, dei Beni Culturali italiani, una ennesima delusione. La rabbia di dover rimanere ancora in un angolo. La consapevolezza che si è bruciata l’ennesima occasione. Dopo l’inno di Mameli, l’intervento introduttivo di Giuliano Amato, Presidente dell’Istituto Italiano dell’Enciclopedia Italiana Treccani e il bel video di Vincenzo Cerami, una tavola rotonda imbalsamata. Nonostante i tentativi di rianimarla del Direttore del Sole, Napoletano. Preconfezionata e quindi sostanzialmente inutile come hanno certificato gli interventi d’apertura, scritti (letti) da Andrea Carandini e Carlo Ossola. Autorità nel settore dell’archeologia e della letteratura italiana. Anzi monumenti viventi di quelle discipline. Chiamati nell’occasione a rappresentare le criticità che soffocano i loro mondi. Le loro perplessità sul presente, unite alle preoccupazioni sul prossimo futuro, non hanno in nessun modo modificato un copione già scritto. Le ragioni con le quali hanno cercato di supportare i dubbi sull’operato del governo attuale più che condivisibili.

Ma, per certi versi, deprivate della forza necessaria a sostenerle. In ogni caso i loro discorsi un po’ polverosi, quasi preambolo al successivo intervento delle forze di governo, rappresentate da Ornaghi, Passera e Barca. Quel che hanno detto, interrotti dalle grida di alcune persone in sala. Richiami alla realtà del presente. Che si ha l’impressione non si conosca appieno. Proprio per questo, nonostante il richiamo anche del Presidente Napolitano a prestare attenzione particolare alla nostra Cultura, la sensazione di molti è che ieri sia andato in scena l’ennesimo atto di una commedia infinita. Nella quale gli attori ciascuno con un proprio ruolo, sulla scena, rappresentano una storia. Personaggi differenti di un’unica commedia. Mentre gli spettatori, in sala, osservano, ascoltano. Rumoreggiano o battono le mani. Ma non possono e non debbono influire sull’esito di quel che si svolge di fronte a loro. Così mentre sul palco ci si rivolgono accuse e sembrano fronteggiarsi opinioni differenti, in sala si assiste sgomenti e impotenti a quel che accade. Espatriati in patria.

Ieri all’Eliseo, non è accaduto niente di nuovo. Né, forse poteva sperarsi accadesse. Troppa polvere sul palco e così poca aria fresca in sala.