Il Festival dei Beni confiscati alle mafie, che si terrà a Milano nel week end 9-10-11 Novembre, costituisce un altro segno dell’atteggiamento profondamente diverso con cui l’amministrazione cittadina ha deciso di affrontare il problema mafie. Organizzato dal Comune, dall’Agenzia per i beni confiscati, da Libera, dalla Fondazione Milano e da Radio Popolare, vedrà una novantina di appuntamenti, fra dibattiti e concerti, presentazioni di libri e film, avvenire in 19 spazi, confiscati alla mafia, sparsi per la città (qui il programma del festivalla mappa con i beni dove si svolgeranno gli eventi).

In realtà non è la prima volta che a Milano si tiene una manifestazione simile. Ci aveva già provato l’anno scorso, anche se in forma più ridotta, Libera. In quel caso i beni, che erano rimasti aperti per un solo giorno, erano 12 in città, più altri 5 nell’hinterland. In un anno, dunque, sono cambiate molte cose, a incominciare dalla diretta partecipazione del Comune, che l’anno prima aveva solo patrocinato l’iniziativa. Ma non è solo questa la differenza.

Quando, il 5 novembre 2011, i volontari di Libera misero alcune bandiere dell’associazione fuori dallo stabile di viale Monte Santo 10, per segnalare che lì si trovava un appartamento confiscato a un usuraio, alcuni condomini uscirono subito fuori per protestare contro il marchio d’infamia che veniva apposto al loro palazzo: “Vivo qui da trent’anni e non ce n’è di mafia” – inveì un signore. Tolte le bandiere, nulla indicava che in quel posto aveva trovato sede un’associazione grazie alla legge 109, né alcuno sapeva a chi era appartenuto quell’appartamento e perché gli era stato sottratto. Lo stesso dicasi per gli altri beni, dove le associazioni che li avevano avuti in gestione, avevano rimosso il loro passato.

La difficoltà di recuperare la storia che sta dietro a ogni immobile confiscato, mi venne confermata anche da Ilaria Ramoni, referente di Libera: “Non è facile avere i documenti giudiziari – mi spiegò, considerando che l’associazione di Don Ciotti non gestiva direttamente beni a Milano – e spesso le associazioni non hanno alcun piacere a parlarne. E’ come se volessero guardare avanti e presentare il proprio lavoro, piuttosto che rivangare il passato. Come se l’origine mafiosa di un luogo fosse una brutta cicatrice da nascondere”.

Ma è possibile andare avanti senza aver assorbito il passato? La domanda è ovviamente retorica. In città si parla oramai sempre più di presenza mafiosa. La ‘ndrangheta viene, in alcuni casi, demonizzata come male assoluto, ma la demonizzazione impedisce qualsiasi analisi e colloca il problema in un altro da sé. Così una persona come l’ex assessore Zambetti può dire che si, aveva autorizzato dei rimborsi per attività elettorali, ma non si era accorto di aver avuto a che fare con la ‘ndrangheta. Allo stesso modo, anche se sul fronte opposto, il candidato vicesindaco di Rho, può orgogliosamente affermare di aver rifiutato quegli stessi voti, ma di non averne denunciato la compravendita perché non aveva capito di essersi trovato davanti la ‘ndrangheta.

Non è che lo portino scritto in fronte. Specie qui al Nord, dove, come ha recentemente dichiarato il sostituto procuratore della Dda milanese, Claudio Gittardi, in un’intervista di prossima pubblicazione, la modalità di contatto è quella della corruzione piuttosto che dell’imposizione violenta. Per cui, in un contesto sociale che ha ampiamente accettato e giustificato la pratica corruttiva, non si è stati in grado di alzare un argine difensivo.

Allora diventa importante che quel condomino di viale Monte Santo e tutti gli altri riconoscano la mafia in quel signore così distinto, che guidava quella bella macchina sportiva. O in quell’imprenditore, così laborioso, che parlava sempre al telefonino.

La novità di quest’anno risiede nel fatto che la storia di ogni bene confiscato, seppur in forma molto ridotta e con tutte le cautele del caso, dovrebbe trovar luogo all’interno del Festival. Scrivo “dovrebbe” perché, pur sapendo che il lavoro di ricerca è stato fatto, ancora non lo vedo pubblicato su internet (ma questo potrebbe anche esser dovuto al fatto che, invece di registrare un nuovo dominio dedicato ai beni confiscati in città, si è scelto di buttare tutto nel calderone del sito comunale, rendendo alquanto laboriosa la ricerca).

Tempi ancora lunghi si prevedono, invece, per le targhe apposte sulle facciate delle case, che necessitano dell’approvazione degli inquilini. Sarà questo il vero test per capire se la città è pronta ad affrontare la sua storia recente, o se preferirà negare, riparandosi dietro al paravento della difesa del buon nome.