Le preferenze da un lato, il denaro dall’altro. In mezzo l’accordo politico-elettorale. A compediare il tutto, il reato di voto di scambio: 416 ter. Per l’accusa a pesare come un macigno è la contabilità delle sezioni. Un quadro aritmetico che secondo il pm milanese Giuseppe D’Amico e il procuratore aggiunto Ilda Boccassini incastra e chiude i giochi per Domenico Zambetti, ex assessore regionale lombardo alla Casa, in carcere dal 10 ottobre scorso con l’accusa, tre le altre, di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla base ci sono quei 200mila euro pagati dal politico Pdl a presunti uomini della ‘ndrangheta che gli hanno servito sul tavolo 4mila preferenze.

Eppure l’inchiesta, che più di tutte promette (sulla carta) di svelare i formidabili rapporti tra mafia e politica in Lombardia, si riempie, ogni giorno di più, di dubbi e ombre. Sui voti, ad esempio. Come contabilizzarli correttamente? Come attribuirli al lavoro di lobbying di Eugenio Costantino, imprenditore dei Compro oro, ma soprattutto, secondo l’accusa, testa di potente tra le istituzioni e due potenti cosche calabresi: i Morabito di Africo e i Mancuso di Limbadi? Come dimostrare, con assoluta oggettività, che ci fu scambio di denaro? E ancora: se i voti non arrivarono, quella subita da Zambetti fu solo una truffa? Ipotesi difensive, che, però, agganciano dati di verità oggettiva.

A sollevare più di una perplessità non sono tanto i rapporti, quanto i voti, i loro numeri e la loro diffusione sul territorio. Un argomento su cui punta la procura e che tiene uniti due personaggi chiave dell’inchiesta: Ambrogio Crespi, fratello dell’ex sondaggista di Silvio Berlusconi e lo stesso ex assessore Zambetti.

Per scardinare il muro della procura gli avvocati dei due imputati si sono dati al calcolo aritmetico. Sezione per sezione, collegio per collegio. Lente puntata, naturalmente, sulle elezioni 2010. Risultato: per Milano il voto a favore di Zambetti appare diffuso, ovvero distribuito senza picchi di rilievo in tutta l’area metropolitana. Il documento è stato depositato giorni fa al riesame di Ambrogio Crespi. I giudici, però, hanno respinto la richiesta di scarcerazione. Eppure il dato di verità c’è: non esiste quartiere di Milano dove l’ex assessore regionale abbia fatto un picco di preferenze. Questo, secondo l’avvocato Marcello Elia, serve, quantomeno, a smontare la tesi dei 12 palazzoni gestiti da napoletani in rapporti con Crespi.

Sì perché a Crespi, che pur mette in archivio inquietanti rapporti con uomini della criminalità organizzata, si imputa di aver portato alla causa della ‘ndrangheta e di Zambetti 2500 preferenze. Un tale pacchetto di voti, su Milano, avrebbe fatto registrare quantomeno delle anomalie. Invece, no: l’analisi del voto resta diffusa. Secondo il Riesame, invece, oltre 100 preferenze sono state registrate nel quartiere di Baggio, zona di origine dei Crespi.

Di più: la difesa ricorda che nel 2006, pur avendo il traino di Bobo Craxi, Ambrogio Crespi ottenne 1000 voti. Pochi per la difesa che li porta a prova dell’incapacità di Crespi di fare da collettore di preferenze. Il Riesame ragiona al contrario sostenendo, invece, che quel risultato fu solo l’inizio di una semina fruttuosa.

Interpretazioni, dunque. Vero. Ma i dati restano. E i numeri, letti così, insinuano il dubbio. Ad esempio che se Domenico Zambetti, come sostiene il suo legale Corrado Limentani, a partire dal 2000 ha incrementato il suo bacino elettorale è solo per il suo lavoro politico. “Non va dimenticato – dice il legale – che Zambetti già nel 2005 è stato assessore”. Il legale va oltre e, come fatto ieri davanti al Riesame, azzarda uno scenario: Zambetti conosce Costantino attraverso l’ex sindaco di Ossona in provincia di Milano, Sergio Garavaglia. E lo fa in un ambito politico. Da qui Costantino fa campagna per l’assessore. Solo campagna elettorale. Niente compari o padrini. Le elezioni vanno alla grande. Quindi Costantino assieme a D’Agostino presenta il conto a Zambetti che per paura non denuncia, paga e diventa complice. Il tutto puntellato da un’incongruenza presente in due capi d’imputazione elencati nell’ordinanza del gip Alessandro Santangelo. Il capo 4, infatti, riguarda il voto di scambio. Su questo il giudice è chiaro: non viene richiesto l’arresto perché non sono stati trovati gravi indizi. Dopodiché lo stesso capo fa da volano per il capo 10 che riguarda il concorso esterno. Risultato: voto di scambio sì ma senza veri indizi. Concorso esterno sì grazie ai non indizi del capo 4. Complicato, ma non troppo.

Dopodiché c’è da domandarsi: chi favorì Zambetti nel procurare un impiego all’Aler alla figlia di Costantino? Favorì la ‘ndrangheta o la famiglia Costantino? Perché un altro dato di verità è l’incipt delle indagini. Le prime richieste di intercettazioni arrivano sul tavolo del gip nel dicembre 2010. E’ inverno e le elezioni regionali si sono tenute il 29 marzo. Mesi prima, dunque. L’inchiesta così inizia dal secondo tempo. Il primo, quello dell’accordo elettorale (maturato prima del voto, a cavallo tra il 2009 e il 2010), resta nelle more dell’operazione Grillo parlante. Operazione che nasce, va detto, seguendo le estorsioni dei Mancuso nell’area di Cuggiono. Da lì poi si allargherà alla politica, agganciando prima Costantino, poi l’uomo dei Morabito, Pino D’Agostino e quindi i vari politici e tutti quei personaggi che del mondo della politica hanno fatto una professione.

Sulla politica, dunque, i magistrati inciampano. E iniziano a indagare. Mettono in fila centinaia d’intercettazioni. Un fiume di parole. Il più prolifico è Costantino. A lui piace la politica e la ‘ndrangheta. “Io starò sempre dalla parte della delinquenza”, dice. Passa quindi a descrivere gli equilibri mafiosi. Parla del gotha: Morabito, Mancuso, Barbaro, Papalia. Il suo contatto è Giuseppe D’Agostino, uno, dice il ras dei compro oro, che per il rispetto che ha può mettere pace in tutta Europa. Un boss, dunque, vero e credibile. Eppure la stessa figura di D’Agostino, referente dei Morabito, emerge dall’operazione For a king sulle infiltrazioni all’Ortomercato di Milano. In quel caso D’Agostino appare come il più umile dei gregari, uno a cui, se va bene, si affida la gestione di un locale. Non altro. Sì perché in fondo, la vera domanda è: in questa inchiesta di voti scambiati e pagati, di millanterie e raccomandazioni, c’è la ‘ndrangheta oppure c’è solo una banda criminale di usurai (i Mancuso) e un paio di abili truffatori? L’indagine prosegue.