È strano il silenzio dei media intorno alle elezioni regionali siciliane, tornata dalla quale potrebbe uscire modificato lo scenario politico nazionale. A confrontarsi un parlamentare europeo come Crocetta, l’ex ministro Miccichè, l’ex presidente della Provincia catanese Musumeci e Giovanna Marano, leader storico della Fiom siciliana. Tra gli altri, anche il candidato grillino, Giancarlo Cancelleri, forte della presenza stabile dello stesso comico sull’Isola.

La Sicilia è sempre stata un grande laboratorio, dove spesso si sperimenta quello che accadrà nel resto del Paese. Proprio in Sicilia i poli sono implosi. Deflagrante la scomposizione del centrodestra che da un monolite con cifre bulgare – Pdl, Mpa, Udc alle regionali del 2008 toccarono quasi 2 milioni di voti, doppiando il centrosinistra – si è diviso dando vita a un Terzo polo più che competitivo. Per ben due anni gli uomini di Berlusconi sono rimasti fuori dalla gestione della Regione Siciliana, cacciati da quel Raffaele Lombardo che tanto avevano fatto per eleggerlo. Il Pd ha contribuito a ciò, nel bene o nel male, con l’appoggio esterno al governo Lombardo (de)berlusconizzato. Infondo questa è la terra del Gattopardo, si cambia per non cambiare. Lombardo è rimasto per 4 anni il re indiscusso della Sicilia, sostituendo il cuffarismo con il lombardismo, forma non troppo distante di gestione del potere, ma più scientifica e più cinica di quella precedente. Utilizzando il Pd come fosse una stampella, per liberarsi dei vecchi compagni del Pdl e approfittando degli imbarazzi dei democratici, è riuscito a piazzare tutti i “suoi uomini” nei posti di comando, nei check point del consenso isolano.

C’è voluta l’inquisizione per mafia da parte della procura di Catania per fermarlo e farlo dimettere. Immaginando che i democratici si sarebbero svincolati e che dal Pdl mai sarebbe giunta la grazia per il tradimento, Lombardo decide di giocarsi tutto. Lascia in un momento di forza, gestendo i fili del potere siciliano. Le dimissioni annunciate con un paio di mesi di anticipo, servono a fermare qualsiasi mozione di sfiducia, il tempo di organizzare la macchina elettorale. I partiti non si aspettano il voto, sono impreparati e deboli più che mai.

Così, durante l’estate appena conclusa, Lombardo ha lasciato la poltrona e lanciato nell’agone politico il figlio Toti con un nuovo soggetto politico. Per la presidenza, il suo candidato è Micciché. Ma guai a credere che sia l’unico cavallo su cui il governatore uscente sta puntando.

Infatti, quando ancora i giochi per le alleanze erano in pieno svolgimento, Lombardo ha dato pubblicamente il suo assenso al candidato di centrodestra, Nello Musumeci, suo vecchio amico, che finito nel binario morto della destra di Storace si è ritrovato all’improvviso a guidare il Pdl. In pratica gli sceglie il candidato.

Sono messi male quelli del Pdl, in disgrazia anche in Sicilia, dove prima non si muoveva una foglia senza che fossero loro a volerlo. Tra beghe interne, crolli elettorali, fuga di dirigenti, il Pdl prova a non soccombere nella regione storicamente più berlusconiana d’Italia. Musumeci è il greenwashing, un lifting per offrire all’elettorato una faccia diversa, per i berluscones. Addirittura è favorevole al riconoscimento delle coppie gay, provando a identificarsi come innovatore, oltre che democratico. Peccato che dietro ci sono gli eredi di Totò Cuffaro, Saverio Romano, Firrarello, passando per Ruggirello, Buzzanca, Caputo. Nomi che non rappresentano nulla di nuovo per la Sicilia.

Lombardo li conosce bene, gioca di fino, compiendo nei loro confronti l’ultimo smacco, si porta nel suo Terzo polo autonomista Grande Sud, candidando il suo leader alla presidenza: Gianfranco Miccichè, il caudillo di Berlusconi e Dell’Utri, l’artefice di quel 61 a 0 nella Sicilia del 2001 che condannò il Paese per cinque anni alla destra del cavaliere. Vice ministro all’Economia dal 2001 al 2006 e presidente dell’Assemblea regionale nel 2006 con Cuffaro, oggi si scopre meridionalista promuovendo la sua riscossa “Sogno Siciliano”.

Lombardo e Miccichè sono la strana coppia delle regionali, si posizionano in un luogo con cui la politica italiana nei prossimi mesi dovrà fare i conti, sia la sinistra che la destra. Si travestono da lega del sud, con i colori arancioni che rimandano a Pisapia, appropriandosi della retorica meridionalista. Anche loro, lifting a parte, restano sempre gli stessi: nelle loro liste ci sono l’indagato Franco Mineo e Riccardo Savona, uno dei notabili della Regione cuffarizzata. Per non parlare della polemica di Miccichè sull’aeroporto di Palermo: “chiamarlo Falcone e Borsellino è sbagliato perché allontana i turisti”, ha detto. Anche lui, Micciché, è sempre lo stesso.

Mancano solo due settimane al voto siciliano, mai così incerto. Potrebbe accadere qualsiasi cosa, potrebbero esserci delle sorprese, forse. Ma due certezze le abbiamo: la prima è che il presidente eletto sarà solo sulla carta, visto che, stando ai sondaggi, nessuno riuscirà a ottenere la maggioranza parlamentare. Ci sarà bisogno di una larga alleanza e il sistema Sicilia ringrazia. La seconda è che, chiunque vinca tra Crocetta, Micciché o Musumeci, in un modo o nell’altro Raffaele Lombardo trionferà: con Crocetta ci sono gli amici del Pd e un possibile patto post voto; con Musumeci, oltre la riconoscenza, ci sono diversi ex lombardiani e notabili del Pdl che gli sono rimasti devoti. E se poi dovesse vincere Micciché, ancora meglio.

In altre parole, Lombardo continuerà a gestire i fili dei pupi di questa ennesima tragedia siciliana. Prendendosi anche la soddisfazione di eleggere il più giovane parlamentare della storia siciliana, il figlio Toti di soli 24 anni. Diventando il KingMaker della politica siciliana, destino ben diverso da quello del suo predecessore Totò Cuffaro .

(to be continued…)