“Ringrazio l’organizzazione per questo bizzarro invito”. Ebbene sì, alla festa del Pd di Reggio Emilia succede anche questo. Succede anche che il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, un ultrà berlusconiano dei più convinti e mai pentiti possa salire, rilassato e abbronzato, su uno dei palchi dei dibattiti. Quegli stessi palchi dai quali sono stati convintamente esclusi Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, la Fornero e la Fiom, il Fatto Quotidiano. Si guarda intorno Sallusti, osserva la platea piuttosto nutrita: lo spazio è piccolo, ma pieno. “Sì, è la prima volta che partecipo. Perché? Bisognerebbe chiederlo a chi mi ha invitato. Io sono contento, e penso che sono qui perché amico dell’autore del libro, Fabrizio Rizzi”. Sì, perché Sallusti è arrivato per presentare un libro edito da Tullio Pironti e intitolato Finale di partita che racconta le ultime fasi di Berlusconi. Un titolo senza punto interrogativo finale, “omissione” sulla quale si discetta, ma non si polemizza.

“Non mangiamo più i bambini”, commenta Ugo Sposetti, che sul palco si accompagna a Sallusti. Un tentativo di rompere il ghiaccio che in realtà è già liquefatto. Proprio lui, un ex comunista, che si trova a sdoganare il berlusconismo più berlusconismo che c’è. “E che devo fare? Me l’hanno chiesto, e io ho detto di sì”. Tra l’ex comunista Sposetti, l’ex democristiano Pierluigi Castagnetti (ora entrambi nel Pd) e il falco berlusconiano Sallusti è tutto uno scambio di cortesie e di amorosi sensi. Non disturbato neanche dalla platea, che ascolta intenta, non fa udire neanche l’ombra di un fischio e anzi applaude convintamente quando se la sente. D’altra parte il tono all’incontro lo dà il libro. Una cronaca epica, commossa, costruita come una sorta di monologo interiore di quello che fu il Caimano dall’autore, giornalista del Messaggero. Ecco la salita al Colle di Berlusconi il 12 novembre per le dimissioni: “Guardava avanti quella sera, Silvio Berlusconi. Aveva il volto terreo. Era assorbito da un turbinio di immagini, di grida. Non scrutava quella muraglia umana che si era formata ai due lati di via Quattro novembre”. L’empatia per il protagonista trasuda a ogni passo. E allora Castagnetti quasi si giustifica nel dire che “il giudizio sul berlusconismo è negativo”: è “perché è finito quel modo di intendere il governo del Paese”. Si parla del Cavaliere al passato remoto, quasi come non fosse ancora ben presente nell’agone politico.

Sallusti poi fornisce la sua lettura della guerra alla Libia: “Era il 3 marzo quando Berlusconi si trovò a fare una sorta di gabinetto di guerra all’opera: la Francia stava mandando gli aerei per bombardarla. Era sconvolto: non poteva, non voleva firmare un decreto che dichiarava guerra a una persona alla quale aveva stretto la mano, di cui conosceva i figli, con il quale aveva stretto rapporti. Un amico”. Già, l’amico Gheddafi. Nessuno fiata, né dalla platea, né tra i dibattenti. Lui rincara: “Altro che la culona Merkel. Non sapete quante ne ha dette su Sarkozy. Gli saranno state sicuramente riportate”. Ah, ecco perché l’Europa ha preteso che si facesse da parte.

D’altra parte, Berlusconi è in maggioranza col Pd. La maggioranza è maggioranza. E Sallusti è sempre più a suo agio. Arriva quasi al comizio: “Se c’è un errore che Berlusconi ha fatto è stato non andare subito al voto. Perché, da chi vogliono essere governati i cittadini, glielo vogliamo chiedere?”, applausi convinti. Ed è Sposetti che lo deve inseguire: “Sì, ma se noi andiamo al voto adesso vanifichiamo tutto il lavoro svolto finora. Ci sono i decreti attuativi che si devono fare”. La platea è fredda, lo applaude per dovere. Lui comunque porta fino in fondo il suo dovere di ospite: “Ringrazio Sallusti che è venuto alla festa dell’Unità… scusate non si chiama festa dell’Unità… (risate, applausi). Allora lo ringrazio perché è venuto alla festa del Partito democratico. Ha capito che siamo persone che possono anche discutere, dissentire, trovarsi d’accordo”. Palla alzata per il direttore del Giornale: “Ringrazio ancora per l’invito. E ricordo a Sposetti che la gente non vuol sentir parlare di decreti attuativi: mica votano i cancellieri, ma i cittadini. Meglio un Bersani eletto dal popolo che un Monti insediato dall’alto”. La platea sorride, applaude. Ed è subito grande coalizione.