Sono almeno 18, anzi, da ieri 20. Ormai ci vuole un master in Scienza delle finanze per scegliere tra le proposte di riduzione drastica del debito pubblico. Le ultime due ricette arrivano dal Pd, che non può lasciare al Pdl di Angelino Alfano il tema: una di Gianluca Benamati e Giuseppe Fioroni, l’altra di Enrico Morando e Giorgio Tonini, nel libro in uscita L’Italia dei democratici

Sfumature a parte, la combinazione è sempre la stessa: vendita di immobili pubblici o loro “valorizzazione” (aumentarne il rendimento affittandoli a prezzi più alti) e privatizzazione di imprese ancora controllate dal Tesoro. I numeri che circolano in queste settimane sono alti, anche se tali da scalfire soltanto la montagna da 1.900 miliardi del debito. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha parlato di 15-20 miliardi l’anno per cinque anni (quindi fino a 100 miliardi ), il senatore Morando che si basa sui conti della Cassa depositi e prestiti arriva a 200, Alfano si spinge a 400, anche se non ha mai spiegato i dettagli della sua proposta. Stime generose, sicuramente ottimistiche: secondo il Barometro delle privatizzazioni, curato da Kpmg e dalla Fondazione Enrico Mattei, nel 2011 nel mondo sono stati privatizzati beni per 94,4 miliardi di euro, nell’anno di picco, il 2009, 265 miliardi. Può un Paese solo sperare di trovarne 100 all’anno? Difficile.

Secondo i calcoli dell’economista Edoardo Reviglio del 2011, gli immobili pubblici valgono oggi a prezzi di mercato 368 miliardi, ma quelli vendibili soltanto 42. Tra il 1999 e il 2010 ne sono stati venduti 26 miliardi, in media lo 0,2 per cento del Pil all’anno. I tentativi di ingegneria finanziaria del ministro Giulio Tremonti, con le società pubblico-privato Scip 1 e Scip 2, non hanno dato i risultati sperati e molti degli immobili degli enti previdenziali che dovevano cedere sono tornati allo Stato. Eppure adesso c’è di nuovo un gran fermento sulla vendita del patrimonio pubblico, il Wall Stret Journal ha pubblicato una prima lista di 350 immobili da vendere. Chissà se alla fine conventi e caserme troveranno un compratore (molti dipende da vincoli urbanistici, piani regolatori, cambi di destinazione d’uso ecc.). Di sicuro advisor, banche d’affari, gestori dei fondi e tutti gli intermediari coinvolti intascheranno ricche parcelle, come successe con Scip 1 e 2. E allora come si trovano decine di miliardi all’anno se la cessione degli immobili è così complessa? L’Istituto Bruno Leoni ha calcolato nel 2011 una stima prudenziale del valore di tutte le quote azionarie in mano al Tesoro: vendendo tutto, ma proprio tutto, dall’Eni, all’Enel a Finmeccanica a Fincantieri e Invitalia (l’agenzia che cerca investimenti esteri) all’Inail (l’istituto che ha il monopolio delle assicurazioni sul lavoro) si arriva a 101,761 miliardi. Più o meno, perché alcune quote (tipo i 690 milioni stimati per la Rai o i 524 del Poligrafico dello Stato) sono tutti da verificare.

Sempre secondo calcoli del 2011 di Reviglio, il famoso “capitalismo municipale”, cioè le quote detenute dai comuni nelle aziende quotate che gestiscono servizi come l’acqua e i rifiuti, vale nel complesso 3,8 miliardi. Aggiungendo le società non quotate si arriva a 14-15. Con stime prudenti, quindi, lo Stato potrebbe spogliarsi di cose utili e inutili incassando poco più di 150 miliardi. Perfino Alfano, il più entusiasta sponsor dei fondi anti-debito, è consapevole dei rischi: “Siamo contrari alla svendita di alcune perle del nostro sistema che potrebbero finire in mano a chi oggi è più ricco, per esempio ai tedeschi, così come siamo contrari alle finte privatizzazioni così come si fece nei primi anni Novanta”. Ma più clausole di salvaguardia si aggiungono, tipo le contestate golden rule che permettono allo Stato di influire anche su aziende privatizzate, minore sarà il valore della quota in vendita. E quindi minore l’incasso.

Il presidente del Consiglio Mario Monti sta ragionando da tempo su come dare ai mercati almeno il segnale di una svolta verso le privatizzazioni, lo ha promesso più volte nei suoi viaggi internazionali (in primavera in Giappone, più di recente a Berlino). Ma è anche consapevole dei rischi di svendita, assai evidenti anche a molti dei tifosi dei piani anti-debito che sono pronti ad approfittarne. Monti però è anche consapevole di un’altra cosa: o privatizza lui subito, costi quel che costi, o glielo imporrà la troika Bce-Ue-Fondo monetario. Come è successo in Grecia e Portogallo. Ma il debito resterà comunque sopra i 1.700 miliardi. E lo spread continuerà a darci ragioni di preoccupazione.

 Twitter @stefanofeltri

da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2012