“Una domanda va posta al capo dello Stato. Per quale motivo non tira fuori le conversazioni telefoniche tra il Quirinale e Mancino e non ne consente la pubblicazione? Se non contengono nulla di peccaminoso, vale la pena di renderle pubbliche, e festa finita”. A scriverlo è Vittorio Feltri in un commento che parte dalla prima pagina del Giornale dal titolo “E ora fuori le telefonate del Colle”. Il ragionamento del direttore editoriale del Giornale è questo: perché, se non c’è niente da nascondere, Giorgio Napolitano fa di tutto “nel voler nascondere a ogni costo, anche quello del ridicolo, i dialoghi tra il suo (defunto) consulente legale, Loris D’Ambrosio, e Mancino”? L’articolo di Feltri ricostruisce l’intera vicenda della presunta trattativa Stato-mafia alla quale, precisa, lui non crede. Feltri supera i dubbi sulla trattativa e supera anche le controversie sul fatto che i pm di Palermo potessero o no intercettare le telefonate tra il presidente della Repubblica e l’ex ministro dell’Interno. Tuttavia Feltri segnala che “il capo dello Stato, indignato, ricorre contro la Procura. Sostiene che l’istituzione va tutelata. Occorre riservatezza. Giusto. Tuteliamola. Ma perché in analoga circostanza l’istituzione Palazzo Chigi fu, invece, sfregiata?”. 

Il direttore del Giornale arriva a difendere perfino il sostituto procuratore Antonio Ingroia (“Promosso e rimosso: destinazione Guatemala. Lontano dagli occhi, lontano dai glutei”) e il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, reo (per sinistra e destra) di aver attaccato Napolitano: “A Tonino si possono rimproverare tante cose, non questa”. Perché anche chi, dalle file del centrodestra, ha polemizzato dicendo che Di Pietro avrebbe potuto piuttosto agire “contro di lui (Napolitano, ndr) e non soltanto contro il povero Bettino che viceversa ha pagato per tutti, mentre il Pci fu salvato da Mani Pulite”.

“E’ molto antipatico – prosegue Feltri – che Napolitano sia tanto seccato per le intercettazioni (non distrutte) che lo riguardano, e indifferente per quelle relative a Berlusconi, servite ad esporre questi alla berlina. Poco elegante e per nulla corretto sotto il profilo etico-istituzionale”. “Pazienza – conclude il commento – Bisogna abituarsi a tutto, anche all’ostracismo inflitto a Di Pietro, colpevole di aver detto – in ritardo – la verità. Chi tocca il Quirinale non muore, ma è condannato all’isolamento. La sinistra non perdona”.