“Mi hanno fatto fuori perché faccio le domande”. Cacciata dalla tv pubblica per aver “provocato” Ahmadinejad in un’intervista esclusiva realizzata con il velo in testa ma la schiena tutt’altro che piegata.  E’ questa la sorte toccata alla giornalista spagnola Ana Pastor. In realtà è stata allontanata perché sgradita ai leader del partito di maggioranza che ha pensato bene, dopo le elezioni, di darsi le mani libere per eleggere i nuovi vertici di tv e radio pubbliche (e far espellere i non allineati).  

E’ perfino superfluo sottolineare l’analogia con il Berlusconi’s style che, per quasi vent’anni, dall’editto bulgaro in poi, ha fatto dell’espulsione delle voci scomode il suo modus operandi. E di questo ne abbiamo scritto abbastanza (anche se non è mai troppo)…

Il virus del bavaglio si è pertanto, malauguratamente diffuso, dall’Ungheria di Orbàn alla nazione del sodale Putin a cui l’intimidazione della stampa non è bastata ed è giunto perfino alla persecuzione dei gruppi musicali, come le ragazze dei “Pussy Riot” o i “Makalatura“, bloccati ieri dalla polizia mentre si esibivano in un parco di Mosca cantando una canzone ironica sullo zar di Russia.

 “Preferisco un Paese senza governo a un Paese senza stampa” affermava sensatamente il terzo presidente Usa Thomas Jefferson un paio di secoli. Oggi un inquietante fil rouge unisce capi di governo apparentemente democratici: il rifiuto della critica, la negazione del dissenso, il bavaglio alla libertà di espressione, in barba alle rispettive Costituzioni, ai trattati internazionali, ai più elementari principi democratici.
Qualcuno batte un colpo?