La delocalizzazione all’estero di attività di call-center metterebbe seriamente a rischio la tutela della privacy e dei dati personali degli utenti italiani e rischia inoltre anche di violare alcuni principi costituzionali fondamentali in merito ai diritti-doveri dei cittadini italiani. Almeno 10mila dipendenti di call center esteri, in paesi dove non esiste una normativa rigida sulla tutela dei dati personali e dove spesso la pirateria informatica è all’ordine del giorno, hanno piena visibilità dei dati sensibili degli utenti italiani: nome, cognome, codici fiscali, partite Iva, indirizzo, dati bancari, carta di credito, traffico telefonico. Romania, Bulgaria, Tunisia, Turchia, Moldavia, Albania i Paesi in cui si trovano questi centri: customer care e call center di banche, società energetiche, aziende. Peraltro nel caso venisse commesso un reato da un operatore di call center estero, sicuramente il perseguimento dello stesso sarebbe molto più complicato per la magistratura italiana; impresa quasi impossibile se il call center estero si trovasse in un paese non appartenente all’Unione Europea. In attesa che il Governo dia una risposta a questa delicata questione o che il Garante della Privacy batta un colpo, l’Ugl Tlc ha lanciato una petizione popolare contro la delocalizzazione delle imprese italiane all’estero: al momento sono state raccolte oltre 15mila firme. 

L’Ugl Tlc ha chiesto chiarimenti sulla questione al Garante della privacy: “Il 9 giugno del 2010 abbiamo inviato il reclamo, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto una risposta, nonostante il codice in materia di protezione dei dati personali preveda, una volta esaurita l’istruttoria preliminare, qualora il reclamo non sia manifestamente infondato e sussistano i presupposti per adottare un provvedimento, che il Garante possa iniziare la definizione del procedimento. E la fondatezza del reclamo – spiega Stefano Conti, segretario nazionale Ugl Tlc – è testimoniata dalle numerose lettere di richiesta di chiarimenti inviate alle compagnie telefoniche italiane da parte del Garante”. L’indagine però sembra essere sospesa nel vuoto: “Abbiamo inviato diversi solleciti al Garante e anche una richiesta formale di accesso agli atti il 30 maggio scorso, ma non abbiamo avuto nessun riscontro; sono ormai passati quasi 2 anni e stiamo ancora aspettando una risposta. Stiamo studiando – aggiunge Conti – ulteriori strade per ottenere chiarimenti in merito alla faccenda, anche per vie legali, non ci fermeremo”.

Alcuni dei paesi che hanno call center di compagnie telefoniche italiane, tra l’altro, figurano ai primi posti nelle classifiche dei furti d’identità con un voluminoso traffico illegale di documenti falsi con i relativi dati personali. “Il fenomeno dilagante delle delocalizzazioni – rimarca Conti – ha provocato un vero e proprio dissesto sociale nel settore delle telecomunicazioni, con un’emorragia dei posti di lavoro e con le grandi aziende committenti, sia pubbliche che private che pur di abbattere i costi causano dumping (cioè la vendita su un mercato estero ad un prezzo inferiore, ndr) fra le aziende in outsourcing, alcune delle quali, per accaparrarsi le commesse al ribasso non esitano a delocalizzare all’estero, ottenendo in questo modo un abbattimento del 60-70% sul costo del lavoro ed aumentando il profitto”.

Il tutto nell’inconsapevolezza dell’utente italiano che, titolare di un contratto di utenza telefonica stipulato in Italia e quindi sottoposto alla normativa nazionale sotto ogni profilo, compreso quello legato alla tutela dei dati personali e di traffico telefonico, nel momento in cui contatta il call center del suo gestore può veder dirottata la chiamata ad un operatore estero, senza venire in alcun modo informato né godere del diritto-facoltà di rifiutare il contatto.

Tra l’altro la situazione in essere presuppone anche il rischio di violare uno dei principi fondamentali della Costituzione italiana, l’articolo 3 che sancisce per tutti i cittadini pari dignità sociale ed uguaglianza davanti alla legge, “in quanto si verifica che, ad uno o più cittadini italiani clienti dello stesso gestore telefonico siano riservati trattamenti diversi nella tutela dei dati personali” spiega Conti.

L’allarme dell’Ugl Tlc dopo due anni è giunto anche in Parlamento grazie ad un’interrogazione del deputato Pd Ludovico Vico del 12 giugno scorso al Governo sulla chiusura dei call center in Puglia: “Ad oggi sarebbero circa 12mila i posti di lavoro persi e circa 3mila le richieste di ammortizzatori sociali, numeri che il prossimo anno potrebbero aumentare ulteriormente se si seguisse l’attuale trend di delocalizzazioni”. “Tale pratica di delocalizzazione – prosegue – rischia soprattutto di indebolire complessivamente il sistema Paese a causa del trasferimento di quantità indefinite di dati personali sensibili di cittadini (codice fiscale, dati bancari, numeri di carte di credito) in paesi che non garantiscono un’adeguata tutela dei dati sensibili e che sono tra i primi al mondo per tasso di pirateria informatica”.

Intanto, questa mattina le organizzazioni sindacali di categoria, Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil e Ugl Tlc, hanno organizzato un presidio in Piazza Montecitorio “per portare all’attenzione dei componenti delle Commissioni Finanza e Industria della Camera – si legge nella nota dei sindacati – la grave situazione che attraversa il mondo dei call center”. “Il sempre più massiccio ricorso alle esternalizzazioni di lavoro all’estero – prosegue il comunicato – sta mettendo in serio pericolo migliaia di posti di lavoro nonché il diritto alla tutela e sicurezza dei dati sensibili dei cittadini”. L’onorevole Vico insieme al collega di partito Andrea Lulli, ha presentato un emendamento all’art. 52 del Decreto Sviluppo, al vaglio, in questi giorni, delle Commissioni Finanza e Industria della Camera, proprio per regolamentare il far west delle delocalizzazioni. “Rappresenterebbe un importante novità ed una seria base di partenza – spiega Vico – per rimettere ordine ad un settore che tanto ha dato al Paese in termini di occupazione. Il 12 luglio, in seconda lettura, l’emendamento in questione è stato dichiarato inammissibile ma non mi fermo, c’è ancora tempo per convincere la Commissione; la partita non è ancora chiusa”.