Accanto ai monumenti di valore storico-artistico crollati con il terremoto c’è un’altra vittima del sisma emiliano del maggio 2012: il Campo di prigionia di Fossoli. Testimonianza ancora in vita di un passato recente e doloroso come l’Olocausto, ma proprio per questo da conservare con tenacia.

Sono infatti piuttosto gravi i danni subiti dal campo, vicino a Carpi, in quella bassa modenese travolta dal sisma del maggio scorso, che dal 1942 venne utilizzato come luogo di concentramento e transito dei deportati ebrei/italiani ad Auschwitz. Quindici edifici e seimila ettari di struttura complessiva, che rivestono una straordinaria importanza a livello nazionale ed internazionale. “Il terremoto ha danneggiato gravemente gli edifici” ci racconta Marzia Luppi, Direttrice della Fondazione ex Campo Fossoli “costringendoci a chiuderlo fino a fine agosto”. Il campo versava già in condizioni difficili: a fine 2010 la Fondazione ottenne dallo Stato un finanziamento straordinario, al fine di creare un gruppo di lavoro per studiare interventi di natura conservativa.

“La firma della convenzione con l’Università di Bologna per la definizione degli interventi, per un’amara beffa, è stata apposta tra la prima e la seconda scossa di terremoto, lo scorso 29 maggio. Già dalle prossime settimane faremo ulteriori sopralluoghi per capire in che modo muoverci. Le difficoltà, soprattutto di natura economica, sono tante” continua Luppi “ma cercheremo di portare avanti con tenacia il nostro lavoro, anche per gli attestati di solidarietà che ci sono da più parti arrivati, per le persone che ci chiedono come sta il campo, quasi si trattasse di un conoscente”.

Un luogo visitato ogni anno da 40mila persone, con un’identità unica: costruito come campo di smistamento ed anticamera dei campi di sterminio tedeschi (vi transitò pure Primo Levi prima della deportazione aa Auschwitz), dopo la guerra divenne centro di raccolta degli “indesiderabili”: triste fiumana di persone entrate in Italia irregolarmente, o che la ridefinizione post bellica dei confini aveva improvvisamente privato di nazionalità.

Fino a quando nel 1947 venne fondata Nomadelfia, la città della fratellanza di don Zeno Saltini. Una molteplicità di usi che ne ha garantito la conservazione migliore rispetto ad altri campi, distrutti subito dopo la guerra. “Il 25 aprile il campo diventa una piazza, nella quale le persone confluiscono spontaneamente” racconta ancora la direttrice “ma durante tutto l’anno, tra mille problemi, facciamo iniziative e cerchiamo di mantenere il campo una realtà viva e dinamica, per l’immenso valore di testimonianza e memoria che esso ha. Ci rendiamo conto delle priorità della ricostruzione, ma il valore del patrimonio storico è da salvaguardare. Il terremoto ci ha dato l’amara sensazione che la nostra terra sia stata violata. Le piazze, le chiese, i campanili, fanno parte del nostro orizzonte di quotidianità ed identità: non si era messa in conto la loro possibile perdita, è come svegliarsi ed accorgersi della mancanza di un arto, di qualcosa la cui presenza era sempre stata data per scontata”.

Un terremoto che si è presentato, agli occhi degli emiliani, come l’invasione di uno straniero. “Nelle nostre zone l’emergenza naturale è sempre stata legata all’acqua” continua la direttrice. “Il terremoto è un monstrum tale da essere paragonato alla violenza di una guerra. Ricostruire i luoghi dell’identità non è un valore accessorio: significa ridare alla comunità ferita il senso di sé e della propria identità”.