I contratti di consulenza venivano commissionati a Pierangelo Daccò perché “aprisse porte” in Regione Lombardia. Lo ha ripetuto più volte l’altro ieri Costantino Passerino, il direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, interrogato dal gip di Milano Vincenzo Tutinelli, arrestato, con lo stesso Daccò e con l’ex assessore regionale Antonio Simone, nell’ambito dell’inchiesta su una presunta sottrazione di oltre 56 milioni di euro dalle casse dell’ente, con sede a Pavia, e dirottati, rimbalzando da una società all’altra, all’estero per creare fondi neri. Ma non solo: i soldi distratti dall’istituto sarebbero stati usati anche per essere investiti nella costruzione di ville in Sardegna.

Gli inquirenti, da quanto si è appreso in ambienti giudiziari, su queste entrature al Pirellone dell’uomo d’affari, già in carcere per l’indagine sul dissesto del San Raffaele e tra i protagonisti, per l’accusa, dell’attività di drenaggio del fondi dalla Fondazione Maugeri, vogliono vederci chiaro. Così come vogliono vederci chiaro su un’operazione immobiliare gestita dalla Limes, società controllata dalla Juvans di Daccò, relativa a due ville in Costa Smeralda: una risulterebbe in usufrutto a Simone e l’altra acquistata con un mutuo e, questa l’ipotesi, a un prezzo inferiore rispetto a quanto stimato da una banca, da Alberto Perego, definito in un verbale dal fiduciario di Daccò, Giancarlo Grenci “segretario del presidente”.

Perego è stato l’organizzatore e il tesoriere delle campagne elettorali di Formigoni. Fa parte, dei Memores Domini, il “Gruppo Adulto” di Comunione e liberazione in cui si entra facendo voto di castità, obbedienza e povertà. Fu sentito come persone informata sui fatti, durante l’inchiesta Oil for food. Per quell’indagine venne condannato in primo grado Marco Giulio Mazarino De Petro, il braccio destro di Formigoni che teneva i rapporti con l’Iraq di Saddam Hussein.

Caso simile a quello dove l’ex assessore alla sanità Simone, parlava di una compravendita di un immobile (la Rsa di Via Camaldoli) che lui e Daccò avrebbero acquistato nello stesso giorno per 3 milioni e 771 mila euro per rivenderlo all’ente a 9 milioni e 271mila euro.  “Preciso – aveva spiegato Simone il 3 febbraio scorso agli inquirenti – che i 5.5 milioni di euro sono stati divisi in parti uguali tra me e Daccò”.

In base anche a quanto aveva messo a verbale Grenci, per gli inquirenti il “Gruppo Daccò” riceveva, tramite i contratti di consulenza ritenuti fittizi, il denaro sottratto così agli enti ospedalieri, come la fondazione Maugeri e il San Raffaele. Denaro che in parte sarebbe finito in società sparse per il mondo (divenuto così anche irrintracciabile), in parte a Simone e in parte sarebbe stato investito in attività in Sud america (Argentina e Cile o a Nazareth) in barche, aerei privati (ne aveva uno anche Simone intestato alla Fraco) e nella costruzione delle due ville in Sardegna.

Attività su cui la Procura ha acceso un faro, mirando anche a ricostruire le operazioni sospette in Costa Smeralda. Intanto oggi sono continuati gli interrogatori davanti al gip Tutinelli. Simone a proposito dei soldi ricevuti da Daccò, si parla di una decina di milioni di euro, si è giustificato dicendo che era stato pagato per la sua professionalità. E quando gli è stato chiesto, in mancanza di contratti scritti, come facesse a sapere quale fosse la cifra che l’uomo d’affari gli doveva versare, ha risposto: “Più o meno sapevo quanto valevano le mie idee”. Dichiarazioni però smentite dalla versione resa l’altro ieri da Passerino e da Gianfranco Mozzali, il consulente della Maugeri, anche lui interrogato oggi in carcere: i due hanno spiegato ai magistrati che sia Simone sia Daccò, in realtà, non erano molto competenti nel campo della sanità e della ricerca. E Passerino, l’altro ieri, ha ripetuto appunto in modo esplicito che Daccò, che verrà interrogato domani, era colui che “apriva le porte” in Regione.