E’ stata una delle giornate più sanguinose in Siria da quando, più di un anno fa, sono iniziate le proteste contro il regime di Bashar Assad. Così sanguinosa che il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha criticato duramente il governo di Damasco, le cui azioni “violano” gli accordi che prevedono che il 10 aprile, fra tre giorni, entri in vigore il cessate il fuoco. In un comunicato partito direttamente dall’ufficio del segretario generale dell’Onu, si legge che Ban “deplora con fermezza l’attacco indiscriminato a civili, compresi donne e bambini, nonostante l’impegno del governo siriano di far cessare l’impiego di armi pesanti nei centri abitati”. Il comunicato continua dicendo che “la scadenza del 10 aprile per rispettare gli impegni assunti dal governo non può essere una scusa per continuare a uccidere. Queste azioni sono una violazione della posizione consensuale raggiunta nel Consiglio di sicurezza. Il governo siriano rimane pienamente responsabile per violazioni dei diritti umani e della legge internazionale”. Il comandante militare del Free Syria Army ha ribadito la posizione ufficiale dei ribelli, che cioè sono pronti a cessare ogni scontri “appena l’esercito sarà ritornato nelle caserme”. Una prospettiva che ancora sembra molto lontana, nonostante la scadenza del 10 aprile sia ormai dietro l’angolo.

In sostanza, sta avvenendo sul campo quello che le opposizioni avevano più volte temuto. Che cioè la missione diplomatica intessuta da Kofi Annan, inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba, con un faticoso lavoro di mediazione internazionale, viene sfruttata dal regime per aumentare ancora la pressione sui gruppi di opposizione e intensificare la repressione che ha già fatto almeno 9 mila morti. E la giornata di oggi lo dimostra ampiamente: almeno 135 persone sono state uccise, secondo le opposizioni, in diverse zone del Paese. Trenta persone sono state uccise a Latameh, un sobborgo di Hama, bersagliato dall’artiglieria dell’esercito governativo. Almeno 13 persone, invece, sono morte nei bombardamenti subiti da Deir al-Baalba, un quartiere di Homs, la città che finora ha pagato il più alto tributo di sangue alla repressione del regime. Altre due persone sono morte a Jousa, appena oltre il confine libanese, quando un razzo ha colpito un autobus carico di esuli che cercavano riparo in Libano. Altre vittime ci sono state ad Aleppo, dove i ribelli del Free Syria Army hanno assalito un edificio dell’intelligence militare. Nella provincia di Aleppo, secondo i comitati locali, le forze ribelli avrebbero anche tentato di entrare in una base dell’aviazione militare. Secondo Al Arabiya, inoltre, contingenti di rinforzi della Guardia repubblicana sono stati schierati in alcuni sobborghi della capitale Damasco.

A rafforzare le dichiarazioni di Ban Ki Moon, l’ambasciata statunitense a Damasco ha diffuso foto satellitari che mostrano come ci siano carri armati dell’esercito ancora schierati in diversi centri abitati. Secondo Ford, che ha lasciato Damasco a febbraio quando gli Usa hanno chiuso la loro ambasciata, l’esercito si è limitato a spostare i reparti corazzati da una zona all’altra del Paese, cercando in questo modo di dare l’impressione di un ritiro generalizzato. Nonostante il ritiro di alcuni reparti, che comunque è avvenuto, ha detto l’ambasciatore Robert Ford, “non è ancora la riduzione dell’offensiva su cui ci si è accordati per garantire il successo della missione di Annan”. Annan da parte sua ha parlato di “allarmanti livelli di vittime civili”.

Il governo siriano, invece, ha risposto alle intimazioni dell’Onu con una lettera ufficiale in cui si accusano “gruppi terroristici armati” di aver aumentato gli attacchi contro le forze regolari da quando il piano di Annan è stato formalmente accettato dallo stesso governo siriano. E a Damasco il regime ha organizzato una prova di forza con migliaia di persone che hanno manifestato per celebrare il 65esimo anniversario della fondazione del partito Baath, che formalmente con la nuova costituzione emanata dal governo ‘approvata’ poche settimane fa con il referendum farsa, non è comunque più il partito unico. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Sana, manifestazioni simili ci sono state in tutto il paese per “dimostrare la fermezza del popolo, dell’esercito e della leadership siriana di fronte al complotto contro la Siria”.

Per i siriani che manifestano, ci sono quelli che scappano. Nelle ultime ore il flusso di rifugiati alla frontiera turca è cresciuto, secondo le autorità di Ankara. Quasi tremila persone, in un giorno e mezzo, hanno passato la frontiera tra i due paesi e il totale dei rifugiati assistiti dalla Mezza luna rossa turca è arrivato vicino ai 25 mila. Il segno che una crisi umanitaria è ormai imminente.

di Joseph Zarlingo