Al posto dell’amico storico Pippo Civati e dei rottamatori del Big Bang, Giorgio Gori compreso, ci sono Dante e Savonarola. C’è perfino la famiglia dei Medici, che Matteo Renzi prende in prestito per spiegare come dovrebbero andare le cose oggi, qual è il suo concetto di economia, come intende la politica. Non è passato molto tempo dalla Leopolda ma le cose, per il sindaco di Firenze, sono cambiate. E parecchio. Alla presentazione del suo nuovo libro “Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter” (Rizzoli), appena arrivato in libreria e svelato per la prima volta ieri sera al teatro della Pergola, la sua nuova strategia politica si è palesata come è accaduto di rado. L’arrivo di Mario Monti e dei tecnici hanno ridimensionato i piani: i sogni di entrare nella politica nazionale sono rimandati. Non accantonati, però. La voglia di restare in scena e preparare il terreno per un’ascesa sono palpabili e i messaggi lanciati alla platea, costellata di amici e fedelissimi, sono inequivocabili.

Renzi è più spregiudicato del solito. Quello che pensa lo dice in maniera netta. Non crede “nella rappresentatività dei partiti” perché quelli “organizzati come una volta non servono più. E infatti non ci sono più. Voi pensate di vederli ma sono poco più che illusioni ottiche”. Eppure in un partito ci sta eccome. Non vuole arrendersi alla tecnocrazia, ma se si guarda attorno vede solo amministratori e dirigenti “umiliati e sconfitti” che “lasciano spazio ai tecnici, chiamati a ricostruire sulle macerie della loro pavidità”. Diversa l’immagine che offre di sé. Di un giovane coraggioso che tenta di indicare alla generazione a cui appartiene la nuova strada da seguire. Un percorso a tratti inedito, dal quale emerge un modello di welfare tutto particolare. Renzi richiama per l’occasione l’opera degli ordini religiosi, citando una nobile che ha lasciato i suoi beni alla città, gli orfanelli dell’istituto degli Innocenti e un membro della famiglia dei Medici che abdicò rottamandosi per i figli. Il tutto, curiosamente, senza portare ad esempio nessun modello successivo all’ancient regime.

Il sindaco di Firenze Matteo RenziMa riuscendo lo stesso a coinvolgere la platea, costellata di dipendenti comunali, amministratori e sindaci amici, persone con incarichi o ruoli nelle società partecipate cittadine. Pochi i cittadini comuni, confusi tra gli ex sostenitori dello storico rivale alle primarie, Lapo Pistelli, e una manciata di fiorentini che contano. Come il presidente degli industriali Simone Bettini, arrivato in largo anticipo a bordo di una scintillante Maserati, l’amministratore delegato di Firenze Parcheggi Marco Carrai, il parlamentare del Pd Andrea Marcucci, l’assessore regionale Gianni Salvadori e l’ex vicepresidente della Regione Federico Gelli, oltre al consigliere comunale dell’Idv Giovanni Fittante, che si è presentato con il libro di Renzi sotto braccio. Vicino a lui il presidente dei giovani industriali Gabriele Poli, il proprietario della società editrice Web & Press Patrizio Donnini e la sovrintendente del Maggio Francesca Colombo. Confusa tra la folla, poi, una presenza inattesa: la consigliera finiana Bianca Maria Giocoli.

Poche le voci critiche in sala. Che, comunque, si sono fatte sentire. Qualche mugugno è arrivato su alcuni passaggi del libro, discussi e discutibili per la rilettura storica dell’economia dal sapore fin troppo populista. “1345. Edoardo II d’Inghilterra si rifiuta di restituire i debiti contratti con alcuni banchieri fiorentini. Le banche falliscono, lo Stato si salva. Oggi in genere succede il contrario”. Renzi si mostra particolarmente aggressivo anche sul fronte della giustizia ricordando quando, nel 1427, venne ordinato “il catasto, il primo tentativo di equità fiscale della storia moderna”. “Gli evasori – scrive – vengono sbattuti in galera”. “I controlli spot vanno bene – ha detto poi riferendosi agli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate agli orafi del Ponte Vecchio – ma nell’ultimo mese abbiamo inviato 52 segnalazioni qualificate perché secondo noi questi personaggi segnalati sono tutti evasori: vorremmo che queste segnalazioni venissero messe on line”.

Prese di posizione accompagnate da spezzoni di video (“Cettolaqualunque”, Wall Street 2” e “Berlinguer ti voglio bene”) in stile Big Bang e dalla costante sottolineatura dell’inadeguatezza della classe dirigente, dell’allontanamento dai partiti. Eppure il suo percorso politico racconta una storia diversa. Renzi, ancora prima di prendere la tessera del Pd, e fino a non molto tempo fa, nel partito ci credeva. A parlare per lui ci sono anni di militanza, c’è l’ascesa del giovane cattolico diventato dirigente di partito, dello scout arrivato a ricoprire il ruolo di segretario provinciale del Partito Popolare prima e della Margherita poi, fino a occupare le poltrone di presidente della Provincia e di sindaco. Per vestire solo negli ultimi anni i panni del contestatore, del rottamatore severo che bacchetta i vertici. Il messaggio che deve uscire dal libro è chiaro: Renzi è diverso, moderno, altruista e appassionato. Sa attendere il momento giusto, e non potrebbe fare altrimenti. Sa come vanno le cose e che vanno scritte nuove regole. Meglio però se si parte cambiando i dirigenti che finora “si sono divertiti in un gioco da ragazze pon pon durante gli intervalli delle partite di basket dei college americani. Datemi una P, datemi una D, datemi una S. Da Pds a Ds a Pd: il rischio è che qualcuno voglia proseguire, per par condicio, chiamandosi adesso Ps”. C’è un po’ di tutto, quindi, nel libro di Renzi, che torna a strizzare l’occhio alla sinistra e all’Idv, non trascurando i moderati e l’ala cattolica del Pd, fino ad arrivare a parlare il linguaggio dell’antipolitica ripescando il tema caldo dell’Imu (“Perché le fondazioni bancarie continuano a non pagare l’imu e gli anziani sì? Questo non l’ho capito” dice).

Quello che non ha smesso mai di fare, neanche ieri sera, è stato dialogare usando il linguaggio giovane, immediato, dei social network, facendo vedere che con la tecnologia ci sa fare, come ai tempi della Leopolda. Renzi cita a più riprese Twitter, sul quale pochi giorni prima della presentazione del libro ha lanciato un sondaggio: “Va decisa colonna sonora x presentazione libro. L’anno scorso i Muse. Ora pensavo We take care of our own del Boss. Che dite?”. Domanda che ha avuto poche risposte rispetto a quelle che arrivavano un tempo. Ma tutto è stato strumentale alla preparazione della serata, pensata nei minimi dettagli: prima di entrare in scena ci sono state le prove dei tempi e sono state preparate perfino le battute con il moderatore. Nulla è lasciato al caso, dunque, compresi gli intermezzi per leggere i tweet sull’evento. Omettendo rigorosamente quelli critici, anche su Lusi, argomento scivoloso sul quale Renzi non si è soffermato.

Al contrario ha incalzato su Belsito, emblema della “politica di oggi”. Politica che “ha le sue colpe – spiega – I leader si guardano bene dal rischiare: non spingono lo sguardo verso il futuro ma al massimo fino alle prossime elezioni, preoccupati solo per la propria nomina. Rassegnati all’impotenza, i politici rinunciano all’idea forte, alla visione di ampio respiro. Vivono alla giornata, senza mettere mano, una volta per tutte, alle regole del gioco”. Regole che Renzi prova a cambiare ancora, per trovare nuovi sostenitori del suo progetto: esportare il modello Firenze a livello nazionale. Ovviamente, con lui alla guida.