Dopo la strage di Capaci, “l’attentatuni” in cui la mafia eliminò Giovanni Falcone con 500 chili di tritolo, l’attenzione del governo era focalizzata soprattutto sulla situazione economica italiana e non invece sull’emergenza rappresentata da Cosa Nostra. E il giorno dopo il “botto” di via d’Amelio il capo dei servizi segreti incontrò il primo ministro per informarlo sul numero di auto assegnate a personalità politiche, non ritenendo invece di doversi occupare delle indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Sarà infatti soltanto dopo il 19 luglio del 1992 che il governo “si accorgerà” della minaccia che costituiva lo stragismo mafioso. È quanto emerso dalla deposizione dell’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, che ha testimoniato a Palermo nel processo che vede imputati l’ex comandante del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

“E’ vero che l’inizio dell’attività di governo che presiedevo fu segnato dalla prevalenza d’attenzione per i temi economici” ha ammesso Amato spiegando che “c’era il problema della crisi finanziaria, ero impegnato a trovare tremila miliardi di lire e del resto era ancora in vigore dai primi di giugno il decreto legge che istituiva il regime carcerario del 41 bis”. È proprio l’istituzione del carcere duro per i mafiosi che scatena la furia di Cosa Nostra, e che gl’inquirenti considerano uno degli oggetti della cosiddetta Trattativa tra lo Stato e la mafia.

“Non ho mai saputo nulla della trattativa – ha detto Amato rispondendo a Basilio Milio, il legale di Mori – ma non posso dire se ciò avvenne perché la trattativa non ci fu o perché semplicemente nessuno me ne parlò, conoscendo la mia personalità rigorosa, dato che ero assolutamente favorevole al 41 bis.”

Il 19 luglio del 1992, dopo circa venti giorni dalla nomina del governo Amato (28 giugno ’92), salta in aria anche Paolo Borsellino. “Un fatto tragico per molti di noi, dopo il quale ci adoperammo per convertire in legge il 41 bis” ha commentato l‘ex ministro dell’Interno di Romano Prodi, raccontando anche del “curioso” incontro con il capo del Cesis (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza) il giorno dopo i fatti di via d’Amelio. “Credevo che fosse venuto per darmi le prime informazioni sulla strage e sulle indagini, mi presentò invece l’elenco di tutte le auto a disposizione di cariche politiche: mi irritai un po’ e chiamammo Palermo per sapere su cosa si stava lavorando”.

E’ in quel momento che Mario Mori entra in contatto con l’allora capo di gabinetto di Amato, l’avvocato Fernanda Contri. “Fu lei – ha spiegato l’ex presidente – che dopo la morte di Borsellino chiese a Mori lo stato delle indagini e Mori le disse che riteneva utile stabilire contatti con Ciancimino visto il suo ruolo in Cosa Nostra”. Secondo l’ipotesi dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo quei contatti tra i Ros e Vito Ciancimino sono uno dei momenti fondamentali della Trattativa tra le istituzioni e Cosa Nostra. Un patto sotterraneo che sarebbe stato propiziato anche dalla mancata riconferma di Vincenzo Scotti al Ministero dell’Interno: nel nuovo governo Amato infatti fu Nicola Mancino ad essere nominato al Viminale. L’ex presidente ha però attribuito quell’ avvicendamento a motivi esclusivamente politici: “Come era prassi allora i ministri li decidevano i partiti – ha spiegato Amato – Il segretario della Dc Arnaldo Forlani mi diede una lista di nomi con le relative collocazioni nel governo. So che la decisione di nominare Mancino al Viminale nacque dall’esigenza di trovargli una collocazione visto che il suo posto a capo dei senatori democristiani doveva andare ad Antonio Gava che, a causa di una malattia, doveva avere un ruolo compatibile con le sue condizioni di salute e non poteva certo fare il ministro”.

I protagonisti di quella successione al vertice del Viminale, ascoltati in aula precedentemente, hanno però fornito ricostruzioni completamente diverse, incompatibili tra loro. Ed è proprio per appurare la verità sui reali motivi che originarono quell’avvicendamento se l’accusa ha chiesto che adesso venga disposto un confronto in aula proprio tra Mancino e Scotti. I pm hanno chiesto anche che l’ex presidente del Senato venga messo a confronto con Claudio Martelli, in relazione ad un incontro del 4 luglio 1992, in cui secondo l’ex Guardasigilli si sarebbe parlato proprio di quei contatti tra i Ros e Vito Ciancimino. Per Mancino però l’oggetto di quell’incontro fu altro. “Emergono evidentemente delle contraddizioni nelle cose dette, dai diversi esponenti delle istituzioni sentiti: quindi qualcuno mente” aveva detto Di Matteo proprio dopo la deposizione di Mancino.

Per meglio ricostruire le dinamiche di quella stagione di sangue e patti occulti la procura di Palermo ha anche chiesto l’audizione in aula di alcuni testi supplementari. Tra questi la vedova di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, il generale dei carabinieri Antonio Subranni, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo e la giornalista Sandra Amurri.