Tunisini, egiziani, italiani, rumeni, anche cinesi. Nel formicaio dei cantieri della linea C, il più grande e costoso della Capitale, non le vedi neppure le facce di queste formiche: il lavoro lo fanno perlopiù sottoterra. Nei piazzali, dal deposito dei Graniti all’Alessandrino, se ne vedono pochi. Nella pancia della città, però, sono circa duemila. È difficile anche da capire il lavoro di queste formiche, perché uno anche mediamente informato, mai immaginerebbe che tra i grandi gruppi delle costruzioni del nostro Paese, Vianini, Astaldi, Ansaldo e Consorzio Cooperative Costruzioni (i quattro colossi che hanno dato vita alla società “Metro C” che dovrebbe realizzare l’opera) nessuno costruisca materialmente quei 25 chilometri e mezzo di metropolitana. “Metro C” è infatti solo il contraente generale dell’appalto: la capofila che dovrebbe garantire i tempi e costi certi dell’opera – peraltro già saltati. Per il resto gli appalti vengono affidati a una serie di imprese di dimensioni sempre più piccole, sempre più precarie, e sempre più spesso anche fuorilegge. “Questo cantiere – spiega Roberto Cellini, segretario della Fillea, gli edili della Cgil – ha già fatto scoppiare otto aziende medio-grandi, di quelle che impiegano dalle 50 alle 150 persone e altre 3 o 4 delle stesse dimensioni sono come palloncini che stanno lì lì per esplodere. Lo scarso margine di profitto e i tempi brevi delle consegne, le ha messe fuori dal gioco. A loro, da qualche tempo, si sostituito qualcos’altro”.
La denuncia che arriva dalla Fillea Cgil di Roma, documentata da riprese video e già portata all’attenzione del Prefetto della Capitale, è importante perché ci racconta di come anche in quello che dovrebbe essere uno dei cantieri più vigilati d’Italia, esistano sempre più lavoratori irregolari, pagati 600 euro al mese per turni che arrivano a 12-13 ore al giorno (sabati, domeniche e notturni compresi, testimoniano davanti alla telecamera), che vengono occupati per due settimane e poi ritornano a casa, che hanno in tasca contratti da metalmeccanico invece che da lavoratore edile (“significa il 30 % in meno in busta paga”), e che spesso ricevono quei soldi in contanti e sono anche meno di quello che c’è scritto sulla busta paga. Persone che arrivano con contratti siglati direttamente in Romania per lavorare al grande cantiere.
La Fillea di Roma ha raccolto la testimonianza di un manovale che spiega come, prelevato con altri nel suo Paese, sia stato poi portato appena sceso dall’aereo nello studio di un avvocato romano. È qui che ha firmato un foglio con cui rinunciava a pretese future. A quel punto era pronto per il cantiere. Tutto regolare. Come è regolare, di solito, la pratica dei “distaccamenti”. Cos’è? Consente a un’impresa in difficoltà che non vuol rinunciare ai propri operai (spesso già specializzati) di “distaccarli” presso un’altra impresa, di modo da farli comunque lavorare pur conservandoli nel proprio perimetro d’azienda. Nei cantieri della Metro C i “distaccamenti” sono stati un’enormità, alcuni anche tra imprese appartenenti allo stesso gruppo. Spiega sempre Cellini: “Nel passaggio da un’azienda all’altra è capitato che cambiassero il contratto da ‘edile’ a ‘metalmeccanico’”. Prendere o lasciare. E ovviamente c’è anche il nero. Non è però sempre stato così. Quando c’erano le “tbm”, le talpe meccaniche che hanno scavato e cementato le gallerie dalla periferia Sud-Est di Pantano fino alla centralissima piazza San Giovanni, regnava quella che anche in Fillea chiamano “l’aristrocrazia edile”.
Un personale talmente specializzato “che non si muove per meno di 4 mila euro al mese: sono gli unici a saper fare certi interventi. Hanno mezzi e capacità. E costano. È la loro preparazione a renderli indispensabili. Quando le talpe sono ritornate in superficie, fatte le ultime verifiche, sono stati licenziati”. Non è un problema: questi professionisti si reimpiegano. È quello che è venuto dopo che preoccupa tutte le sigle sindaca-li degli edili di Roma. Perché dopo, venuta via “l’aristocrazia” e saltate le imprese medie e grandi, sono arrivate quelle che pagano 6 euro l’ora per otto ore di fatica, anche se ne fai dodici. “Ci hanno raccontato di turni che iniziano alle cinque del pomeriggio e finiscono la mattina alle sei. Perché lavorano di notte? Perché ci sono meno controlli”, spiega Cellini. I controlli, d’altronde, sono legati a un sistema irresponsabile. Nel senso che il garante della sicurezza sui cantieri e nei contratti è il direttore lavori, che non risponde né al Comune di Roma, né alla società di scopo Roma Metropolitane.
Il direttore lavori è infatti emanazione del general contractor, vale a dire della società “Metro C”. E Roma Metropolitane, cui spetta l’alta sorveglianza dell’intera opera appaltata, ha stilato il suo ultimo “controllo sicurezza” nel dicembre del 2010. Certo ci sarebbe anche l’ispettorato, ma nella Capitale spiegano dalla Fillea, “conta una quindicina di impiegati”. Così, nelle riprese si vedono operai senza protezioni e uno che si arrampica a mani nude su una struttura di cemento. In una foto c’è un operaio medicato a un occhio che è tornato in cantiere per lavorare. E stiamo parlando dell’unico grande cantiere attivo a Roma. “La crisi – spiega Cellini – è pesantissima. In un anno abbiamo perso 10 mila posti. Tre anni fa a Roma c’erano i cantieri della Nuvola di Fuksas, della B 1, della C, della Stazione Tiburtina, della Città dello Sport di Tor Vergata. Oggi non c’è niente. Domani riuniremo l’assemblea della Fillea nel cantiere della Città dello Sport di Tor Vergata. È un simbolo di come siamo ridotti. Da qui dobbiamo ripartire”.
Da Il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2012












