‘Ndrangheta, politica e servizi segreti. E’ questa l’ultima partitura messa sul tavolo dalla procura di Milano e  che arriva addirittura all’ex capo del Sismi Nicolò Pollari, non indagato, ma citato in diversi interrogatori dall’avvocato Vincenzo Minasi. Il legale, finito in carcere nel novembre scorso con l’accusa di associazione mafiosa, ha iniziato a collaborare con la magistratura. Di questo si parla nelle oltre 180 pagine di ordinanza con la quale oggi il gip Giuseppe Gennari ha disposto gli arresti per cinque persone. Tra loro tre finanzieri corrotti dai boss per pilotare i controlli sulle macchine videopoker, il direttore dell’hotel Brun e soprattutto Domenico Gattuso, imprenditore vicino a Giulio Giuseppe Lampada, il personaggio chiave di uno scenario che mette contatti politici e rapporti con gli uomini delle istituzioni per ottenere notizie riservate su inchieste in corso.

Ed è proprio sulla figura di Gattuso che ora si concentrano gli investigatori. Lui, potrebbe essere, oltre ai giudici corrotti come Vincenzo Giglio, il terminale ultimo delle informazioni. Il padre di Gattuso, infatti, risulta socio di una immobiliare assieme a un colonnello dei Ros di Reggio Calabria. Ma c’è di più: gli uomini del clan attingevano informazioni da diverse fonti. Una di queste, ipotizza l’accusa, potrebbero essere proprio i servizi segreti. A dare sostanza alla tesi l’interrogatorio dell’avvocato Vincenzo Minasi il quale prima col gip e poi davanti a Ilda Boccassini fa il nome di Nicolò Pollari. “Lampada – sostiene il legale  – mi disse che Morelli gli aveva detto che era in contatto con Nicolò Pollari”. Dopodiché Minasi davanti ai magistrati ribadisce il concetto. “Morelli, mi disse che aveva delle buone entrature nei servizi segreti e mi fece il nome di Nicolò Pollari”. Francesco Morelli è il politico calabrese finito in carcere nella prima tornata dell’indagine Lampada con l’accusa di associazione mafiosa e per aver favorito il clan fornendo notizie riservate sulle indagini.

In molte intercettazioni i vari indagati fanno riferimento a tale “Nic” o “Nicola”. Il gip lo chiede a Minasi. “Nicola anche in questo caso il riferimento è a Pollari?”. Affermativa la risposta dell’avvocato, sul quale pesa anche l’accusa di essere venuto in possesso d’informative coperte da segreto. In realtà si tratta di vere bufale costruite ad hoc. Ma questo lo si saprà solo dopo. Nel momento in cui Minasi le ha in mano e le consegna a Morelli sono documenti veri. Spiega ancora Minasi: “Giulio Lampada mi ha detto di aver portato i documenti che io gli ho dato a Morelli e che Morelli li ha portati ai servizi, al suo amico Nic. E siccome, parlando con Morelli, quest’ultimo mi aveva fatto riferimento a Nicola Pollari, il fatto che io dica che Nic è Nicola Pollari ovviamente è una mia supposizione”.

Insomma l’ex capo del Sismi viene solo citato. Minasi fa delle deduzioni personali. La procura annota tutto. Anche la risposta che Morelli fornisce al gip su quale fosse il suo contatto per ottenere informazioni. “Un ex sindacalista morto”, risponde laconico il politico che poi si chiude in un assoluto silenzio.

Meno sfumato, invece, il racconto che sempre Minasi fa del suo rapporto con Domenico Gattuso e dell’informazioni riservate ricevute. “Mi disse – inizia – che presso la Procura della Repubblica di Reggio c’era un’indagine che riguardava Lampada e che riguardava ipotesi di collegamenti con Lampada e i Condello. Seppi anche che una indagine altrettanto identica, però che riguardava non solo Lampada ma riguardava anche i suoi familiari acquisiti, e cioè i Valle, era pendente presso la Procura della Repubblica di Milano”. E ancora: “Mi parlarono dell’indagine Meta ”. Si tratta dell’operazione che coinvolge in parte anche i Lampada. E che Gattuso parli di Meta, agli investigatori non sembra un caso. A dimostrarlo un ‘intercettazione in cui lo stesso Lampada dice che il padre di Gattuso “è socio con un Colonnello che aveva fatto partire l’indagine a Reggio Calabria all’inizio quand’era successo due anni fa”.

Il rapporto tra Domenico Gattuso e i Lampada avviene grazie all’amicizia in comune con l’avvocato Mario Giglio cugino del giudice corrotto Vincenzo Giglio. Inizialmente, però, il nome di Gattuso si cela dietro a un misterioso mister x. Racconta Minasi: “Il particolare che io ricordo di quella fase fu questo, che questa persona, chiamiamola ‘mister X’, all’epoca era ‘mister X’, disse che la fonte da cui traeva queste notizie poteva guardare il computer dei Carabinieri, ma non poteva guardare il computer dello SCO e della Polizia e quindi non poteva sapere chi ci fosse dietro l’indagine”.

Le informazioni che arrivano da Gattuso si dimostreranno vere. Il giovane imprenditore calabrese fa sapere a Minasi che nell’inchiesta c’è “sicuramente un politico di Milano e uno di Cosenza”. Nel capoluogo lombardo viene coinvolto, ma mai indagato, il consigliere comunale del Pdl Armando Vagliati. Finirà, invece, in carcere Francesco Morelli originario di Cosenza.

Insomma, la ‘ndrangheta che ragiona in Calabria e fa affari a Milano, è in grado di mettersi in tasca una buona fetta delle istituzioni. “E – scrive il gip Gennari – il riferimento ad ambienti dei servizi è preoccupante”. A corollario di quest’affermazione si cita la vicenda del giudice Vincenzo Giglio, finito in carcere il 30 novembre con l’accusa di aver favorito la cosca riferendo notizie riservate. Per farlo il magistrato addirittura telefona e parla con il capocentro Aisi di Reggio Calabria. “Difficile pensare – scrive il giudice – di fare certe domande se non si pensa di potere ottenere delle risposte”.