La grave crisi in corso non è solo finanziaria ma anche di altra natura. Anzitutto ambientale. Non si parla più di cambiamento climatico, desertificazione, perdita della biodiversità e delle altre questioni che dovrebbero invece essere al centro dell’attenzione.

Il nostro sistema politico e informativo soffre di una grave miopia, per non dire cecità, che ci porterà ben presto a sbattere il grugno su qualche palo di cemento armato. E sarà probabilmente troppo tardi. Quando scrivo “nostro” mi riferisco evidentemente innanzitutto al sistema internazionale. Di fronte alla globalità dei problemi, che richiedono soluzioni avanzate, profonde e tempestive non sussistono ancora i necessari livelli di governance altrettanto globale. E’ questo è un grave problema che si aggiunge agli altri, anzi, a ben vedere è il problema principale.

I necessari livelli di governance globale devono d’altronde articolarsi con la sovranità popolare esistente a livello nazionale e locale. E qui le note sono, se possibile, ancora più dolenti.

In particolare lo sono da noi qui in Italia, dove la scorsa settimana ha visto il verificarsi di due eventi di portata estremamente negativa, appunto dal punto di vista della necessaria difesa della sovranità popolare. In primo luogo, il riflesso di autoconservazione della casta che ha negato l’autorizzazione all’arresto per uno dei suoi membri contro il quale erano state formulate gravi accuse, in aperto contrasto con la volontà popolare che, chiedendo l’effettuazione del referendum contro la legge anticostituzionale sul “legittimo impedimento”, aveva riaffermato il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge contro ogni odioso privilegio. In secondo luogo, la decisione della Corte costituzionale di dichiarare inammissibile il referendum proposto contro la famigerata legge Porcellum, nonostante oltre un milione e duecentomila cittadini ne avessero richiesto lo svolgimento e nonostante l’intervento dei giuristi democratici avesse offerto, grazie all’acuta elaborazione svolta fra gli altri dagli avvocati Pietro Adami e Paolo Solimeno, una via d’uscita tecnicamente ineccepibile al dilemma cui si era trovata di fronte la Corte.

E nuove minacce incombono contro la sovranità popolare. Il decreto sulle liberalizzazione del governo “tecnico” Monti, infatti, contiene una norma che rischia di vanificare l’esito del fondamentale referendum a favore dell’acqua pubblica svoltosi in primavera. Dobbiamo impedirlo, rilanciando l’appello formulato dal Forum italiano dei movimenti sull’acqua.

E’ proprio nella valorizzazione dei beni comuni , che richiede l’attuazione dei fondamentali dettati costituzionali di uguaglianza sostanziale, democrazia partecipativa e solidarietà sociale, che risiede oggi l’unica via d’uscita praticabile alla multiforme e sistemica crisi in atto. La valorizzazione dei beni comuni consente anche di imboccare una terza via oggi indispensabile di fronte ai fallimenti planetari del privato e a quelli del pubblico inteso in senso tradizionale. Ciò richiede rimettere al centro il lavoro, oggi umiliato e offeso, con esiti anche catastrofici (basti vedere la sciagura della Costa Concordia), non toccando anzi generalizzando le garanzie tipo l’art. 18 e lanciando un’iniziativa per aumentare salari e pensioni.

Ciò richiede anche una profonda riforma del sistema politico inadeguato, anzitutto a livello nazionale. Partiti ridotti in molti casi solo a macchine di potere o peggio di tangenti andrebbero sciolti e radicalmente rifondati. A quale voce in capitolo hanno oggi diritto i Gattopardiimbalsamati alla Alfano, Casini, Bersani, ecc.? Sicuramente nessuna, ma tantomeno possiamo fidarci dei “tecnici” alla Monti, espressione delle élite finanziarie che, come dimostra tra le altre proprio la vicenda dell’acqua, si pone in netta e immediata contraddizione con le aspirazioni popolari. Questo governo ogni giorno di più si dimostra forte con i deboli e debole con i forti, alza voce con i tassisti ma tace impotente di fronte alle banche e al potere finanziario e si rivela incapace di far fronte alla crisi. Salvare la democrazia praticandola dal basso è l’unica soluzione. Occorre prepararsi ad elezioni con liste che siano l’effettiva espressione di una società civile stanca di subire prepotenze, ma anche affollata di competenze importanti e desiderosa di contare e che ha maturato importanti esperienze organizzative nelle vertenze locali e nella lunga lotta al berlusconismo. Per riaffermare l’unità del popolo contro le caste di ogni genere.