Sono ormai trascorsi i giorni canonici dei coccodrilli a ciglio umido in morte di Giorgio Bocca, come dei miserevoli regolamenti di conti livorosi.

Di molte cose scritte e che ho letto al riguardo potrei dare sommessa conferma, alla luce dell’esperienza personale maturata nell’averne ospitato per un biennio la rubrica in un periodico che mi trovavo a dirigere: la sua leggendaria venalità, il suo carattere brusco e spiccio, la sua meravigliosa scrittura senza fronzoli che andava dritta al cuore dei problemi.

Tutte considerazioni già sentite e ormai stantie. Consegnate all’iconografia standard del “grande, grandissimo giornalista”. Concordo: il migliore, almeno del dopoguerra.

Mentre c’è un aspetto decisivo che non mi pare sia stato sottolineato a sufficienza: Giorgio Bocca non ha fatto scuola, non ha eredi. E quanto ciò sia drammatico.

Perché con lui muore l’ultimo esemplare di una specie rarissima nella zoologia intellettuale del Novecento: il libero pensatore che cerca di capire senza farsi mai prendere dall’ansia di parteggiare; di schierarsi nel campo conformistizzante delle appartenenze che impongono la critica a senso unico e i propri stereotipi.

Questione di sguardo, dietro al quale vigila quell’etica del giudizio che un altro cultore dell’isolamento metodologico – sebbene di caratura accademica, Raymond Aron – definiva propria de “le spectateur engagé”, l’osservatore impegnato.

Nella canea dei chierici ossessionati di stare dalla parte della Storia, dei vincitori o – più semplicemente – del luogo comune e della convenienza, sono stati ben pochi gli spiriti indipendenti che non rinunciarono all’uso pericoloso della propria testa praticando l’arte assai poco remunerativa dell’anticonformismo. Il primo nome che viene in mente è quello di Albert Camus, magari Edward Said (lo storico americano che promuoveva la causa palestinese criticando l’Olp e attaccandone le laedership opportuniste e corrotte); forse Karl Krauss o Vaclav Havel. Ma la lista risulta davvero corta. Sconsolantemente. Per gli italiani un Gaetano Salvemini, un Piero Gobetti, un Ernesto Rossi, un Pietro Calamandrei. E poi?

Grandi caratteri prima ancora che grandi intellettuali, in un tempo corrivo dove la piccolezza d’animo troppo spesso è andata a braccetto con la brillantezza e il talento. Quelli “che non se la bevono”, nel gelo degli scontri del tempo. Quando persino un gigante come Eric Hobsbawm si rifiutava (e continua a rifiutarsi) di fare i conti con lo stalinismo. Il tempo dei Gian Paolo Pansa e dei loro epigoni.

Non a caso, personaggi particolarmente critici con il proprio campo politico di elezione, segnatamente la sinistra.

Bocca era un giornalista “che non se la beveva”, negli anni in cui l’Italia diventava una bibita avariata da tracannare dichiarando di apprezzarla. E anche per questo non ha fatto scuola. Perché con lui scompare il cronista che va in giro per vedere, capire e raccontare quanto ha visto e capito. Che fece scuola interpretando al meglio il Miracolo Economico del Boom, poi lo Sboom. Poi la disunione nazionale. Oggi – al massimo – surroghiamo questo strameritorio servizio con la cronaca giudiziaria elevata a genere letterario.

Bocca raccontava con un tono asciutto che puntava al sodo, ben lontano dai toscanismi tendenti al “maledetto” che Indro Montanelli apprese da Leo Longanesi e Curzio Malaparte. Leggeva i fatti andando oltre, non limitandosi a essi con relativa emozione come Enzo Biagi (che qualcuno definì l’Edmondo De Amicis del Novecento) o il “commosso viaggiatore” Sergio Zavoli. Non ambiva ad altro che essere testimone del proprio tempo, senza le fisime sospette di un Eugenio Scalfari nell’impancarsi da philosophe alla Montaigne.

Lo stile quale specchio di una personalità non addomesticabile, quando ormai i più giovani scrivono malissimo (e quei pochi che non lo fanno troppo spesso paiono specchiarsi nella propria scrittura). Quella sciatteria comunicativa, che è l’altra faccia della filosofia del “vaffa”, valorizzata all’ennesima potenza dal format del blog (anche se in questo e pochi altri siti vi sono voci che si impegnano a contrastare la tendenza dominante).

Dunque, carattere come sinonimo di indipendenza morale. Anche questa una merce sempre più rara. Perché – come Giorgio Bocca ebbe a scrivere il 12 gennaio 1986 – «ciascuno ha la sua falsa donazione di Costantino e lo sa».

Che un tale personaggio non abbia fatto scuola è la conferma più lampante del nostro declino democratico e civile.