Giulio Tremonti è tornato, in un’intervista a Lucia Annunziata su Rai3 ha criticato la manovra del governo Monti e ha rivendicato di non aver sbagliato una mossa nella gestione della crisi . É utile quindi ricordare quanto errate fossero invece le sue previsioni, come ho tentato di fare nel libro appena uscito per Aliberti “Il giorno in cui l’euro morì”.

Tremonti e Berlusconi sbagliavano quando predicavano ottimismo oppure, davvero, la valanga della crisi dei debiti sovrani ha travolto tutto cogliendo di sorpresa l’Italia? Per rispondere bisogna partire da alcuni semplici numeri. La repentina perdita di fiducia degli investitori nella Grecia è dovuta alla scoperta che i bilanci erano truccati. Come puoi prestare soldi a qualcuno che si presenta benestante ma poi in realtà è irrimediabilmente in bolletta? Il governo di Atene aveva mentito sul deficit. Anche l’Italia, con Giulio Tremonti, ha mentito ai mercati. Ma con un tasso di furbizia maggiore, sul filo della legalità, senza presentare bilanci falsi ma abbellendo qualche cifra dove serviva, raccontando una versione edulcorata dell’economia così fasulla e così evidentemente sbagliata da sembrare una strizzata d’occhio agli investitori. Tremonti, con i suoi documenti del Tesoro, sembrava voler dire agli investitori: «Sappiamo tutti e due che quello che c’è scritto qui non è vero, ma non ci sono sorprese. Le balle sono solo quelle evidenziate». Cioè i numeri sulla crescita. Visto che i dati che interessano ai mercati sono tutti in percentuale, cioè conta quanto debito c’è rispetto alla ricchezza prodotta e non in assoluto, i numeri si possono truccare in due modi: o mentendo sul deficit, come ha fatto la Grecia, o gonfiando le stime di crescita, come ha fatto l’Italia.

Prendiamo la Ruef, cioè la Relazione unificata di economia e finanza del 6 maggio 2010, firmata da Giulio Tremonti, in cui viene fissato ufficialmente il quadro economico in cui il governo deve operare negli anni futuri. Ecco cosa c’è scritto nella Ruef: “Dall’inizio di quest’anno i segnali di ripresa si stanno rafforzando. La crescita dell’economia italiana è stimata all’1,0 per cento nel 2010, all’1,5 per cento nel 2011 e al 2,0 per cento nel 2012”. Da notare quel +2 per cento nel 2012, oggi sappiamo che ci aspetta la recessione, -0, 5 per cento. Una crescita simile negli ultimi dieci anni si è vista solo nel 2006, anche l’1,5 previsto da Tremonti per il 2011 sembrava un po’ esagerato. Come era già prevedibile in quel momento, l’economia italiana nel 2011, nel 2012 e forse anche oltre avrebbe potuto soltanto arrancare attorno allo 0 per cento di crescita annua.

Ma a Tremonti serve gonfiare la crescita, è l’unico modo per far sembrare le finanze sotto controllo, così il deficit rispetto al Pil risulta alto ma non eccessivamente preoccupante, cioè il 5,9 per cento nel 2010, 3,9 nel 2011 e 2,7 nel 2012. L’Italia sembra quasi virtuosa. A ogni documento del Ministero del Tesoro successivo, il quadro viene aggiustato per renderlo un po’ più simile alla realtà, annunciando al contempo i provvedimenti necessari per mantenere il deficit allo stesso livello delle previsioni e non dare l’impressione di essersi arresi. Già a settembre, infatti, Tremonti presenta un nuovo documento, la Decisione di finanza pubblica, che è la base su cui costruire la Finanziaria (cioè la legge di bilancio) per gli anni 2011-2013. Si cambiano i dati di qualche zero virgola, correggendo un po’ al ribasso, ma si rassicura sul fatto che nel 2012 e nel 2013 ci sarà un boom. E quindi tutto è sotto controllo. Per essere uno che si vanta di aver previsto tutto, Tremonti commette errori non da poco: anziché sentire l’arrivo dei venti della recessione globale, li scambia per refoli di ripresa.

Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2011