Vittime due volte. Prima di un reato, poi di uno Stato inadempiente. In Italia, contrariamente al resto d’Europa, le vittime di reati violenti si devono arrangiare. Aggressioni, stupri, rapine, omicidi, dovuti a raptus o criminalità comune: le persone che li subiscono, e i loro familiari, in Italia si devono accollare anche spese mediche, traslochi, ovviamente avvocati e tutte le conseguenze che un reato porta con sé.

Non abbiamo mai ratificato la Convenzione europea del 1983, relativa al risarcimento delle vittime di reati violenti. Non abbiamo recepito la decisione quadro del 2001. La direttiva del 2004 che impone, anche, «l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti», ha prodotto un decreto legislativo a fine 2007: nella relazione che lo ha accompagnato si ricorda che fondi e patrocinio gratuito ci sono, per alcune vittime (terrorismo, mafia, usura). È poi spuntato nel 2008 un Decreto del ministero della Giustizia che regola l’organizzazione degli uffici, e l’attuale surreale situazione: il risarcimento è negato se la vittima è italiana e risiede in Italia, è possibile solo per  un cittadino europeo che subisce un reato in Italia, o per un cittadino italiano che subisce un reato in un altro Paese europeo.

Esiste però un pezzo d’Italia dove per le vittime di reati violenti (non colposi), e i loro cari, una tutela c’è: se ne occupa la Fondazione Vittime dei reati, istituita dalla Regione Emilia Romagna nel 2004 e sostenuta dai Comuni capoluogo e relative Province. Che da allora ha dato sostegno a decine di persone, alcune delle quali vittime di delitti talmente efferati da finire sui giornali, altre di vicende più oscure, spesso familiari, o di quella criminalità comune che talvolta fa più danni che notizia. Tutti residenti o domiciliati in regione, o che qui hanno subito il reato.

Rossella Selmini, responsabile del Servizio politiche di sicurezza della Regione, è la memoria storica della Fondazione (presieduta da un grande giornalista, Sergio Zavoli), e dieci anni fa pensava che la carenza tutta italiana di qualsiasi tutela per le vittime di reati si sarebbe risolta col tempo: oggi non trova altra parola, e spiegazione, che “arretratezza”: “È altrimenti inspiegabile l’ancora attuale disinteresse delle istituzioni per le vittime di reati, le cui tutele sono pari a nulla. Non si tratta di fare beneficenza, ma di sancire un impegno istituzionale”. In un panorama, ricorda ancora Selmini, in cui “le vittime diventano interessanti solo strumentalmente, per scagliarsi contro il sistema penale o evidenziare gli autori dei reati, ma è una deriva pericolosa: la vittima deve avere diritti a prescindere, a noi non interessano i risvolti penali o criminali, ma le esigenze immediate di chi il reato lo ha subito, e dei familiari che sono inevitabilmente coinvolti”.

Già, perché le vittime sono madri, padri, figli, nipoti di persone che contavano anche su di loro. Un uomo di 61 anni che viene ucciso dal figlio disabile mentale lascia due figlie, che non hanno un reddito fisso. Un ragazzo che il giorno del suo 18esimo compleanno per futili motivi si trova la faccia frantumata da un coetaneo, può contare solo sul papà operaio in pensione e la mamma casalinga. Uno studente fuorisede picchiato selvaggiamente lascia la Bologna che l’ha traumatizzato, ma vuole comunque finire il suo percorso universitario (e recuperare gli esami persi perché ricoverato). Una donna uccisa dal compagno 43enne era l’unico sostegno per un padre solo e malato terminale, che dovrà anche provvedere alle spese legali e al funerale. Una donna separata dopo un matrimonio violento durato 30 anni finisce accoltellata, è precaria ma stavano per regolarizzarle il contratto, tutto saltato, ha due figlie che non possono provvedere a lei e un altro figlio studente. Un uomo uccide una donna, madre del suo figlioletto di 3 anni che verrà accudito da una zia. Un marito uccide la moglie e la figlia di 10 anni viene affidata ai nonni. Una donna denuncia il marito per maltrattamenti, molto violenti, lui va in carcere e lei resta sola, con 3 figli piccoli. L’elenco può continuare, questi sono solo esempio di tutto ciò che arriva sul tavolo dei Garanti della Fondazione, che decidono per i contributi.

Persone che hanno trovato non solo un aiuto economico, ma anche ascolto, sostegno. A differenza di quanto accaduto, per fare solo un esempio, a Laura Salafia, la studentessa che nel 2010 è stata accidentalmente colpita davanti all’Università di Catania da un proiettile sparato per una questione di corna e oggi paralizzata, oltre che sola e abbandonata da ogni istituzione, come raccontato dal fattoquotidiano.it. Ma anche a differenza di quanto accaduto a una studentessa universitaria che a Torino ha subito uno stupro di gruppo, e che per far valere i suoi diritti ha fatto causa direttamente allo Stato, che l’anno scorso, condannato, ha dovuto risarcirla con 90mila euro. È un precedente che fa giurisprudenza, ma è una strada lunga e difficile.

La Fondazione a tutela delle vittime stabilisce interventi mirati, dalla copertura per le spese psicologiche a quella delle spese mediche, dall’aiuto per l´abitazione (ratei di mutui, traslochi, depositi cauzionali, nuove utenze, messe in sicurezza) a quello per gli studi scolastici, senza dimenticare le mancate entrate causa assenza dal lavoro, o le spese funerarie. Ma ogni intervento è modulato sulle esigenze specifiche che ogni reato si lascia dietro, a seconda dei casi trattati, che alla Fondazione vengono proposti dai Comuni competenti. La Fondazione conta ogni anno sul contributo della Regione, per 100mila euro, e di Comuni capoluogo e Province, per 5mila euro cadauna. Fino a un paio d’anni fa la quota era doppia, poi è arrivata la crisi con i suoi tagli, “in ogni caso”, sottolinea Selmini, “manteniamo un capitale di riserva, visto che per noi tutto si gioca sull’essere pronti quando c’è bisogno, è importante intervenire tempestivamente”. Sottinteso: senza aspettare gli infiniti tempi dei processi.

“Le donne, sì. Sono circa due terzi dei casi che ci vengono proposti, vittime di uomini, di violenza nelle relazioni, raramente di estranei”, quanta amarezza nelle parole di Rossella Selmini, consapevole che la Fondazione aiuta, ma sempre dopo che il male ha agito. Parla anche di come altri sistemi penali, in altri Paesi europei, trattino certi casi in maniera differente, non facendo attenzione al solo reato ma a una serie di problemi, con tempi differenti per casi specifici come le violenze in famiglia.

Alla Fondazione restano le emozioni, la commozione nel ricevere la torta che hanno portato due nonni che oggi accudiscono una bimba rimasta senza genitori. Oltre alle tesi di laurea, e a qualche sporadica telefonata da parte di qualche ente locale. “Il governo centrale? No, non si è mai fatto sentire”.

di Valentina Avon