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Il miracolo delle Province da sempre “intagliabili”

Anche i padri costituenti ritenevano non fossero fondamentali, ma dal testo di legge iniziale che dava tempi certi al passaggio di competenze verso Regioni e Comuni, si è passati, ancora prima di arrivare alla discussione alle Camere, a un articolato più morbido

La vignetta di Natangelo

La partita è appena iniziata, ma già dall’esordio si capisce che non sarà una passeggiata per il governo Monti riuscire a “tagliare” le Province italiane. Del testo iniziale che dava tempi certi al passaggio di competenze, risorse e personale da queste verso Regioni e Comuni, si è passati, ancor prima di arrivare alla discussione alle Camere, ad un articolato più morbido. Il passaggio delle competenze non è più datato alla fine del prossimo aprile, e non sarà poi da quel giorno che debbano considerarsi sciolte le giunte provinciali oggi in carica. Toccherà infatti ad una successiva “legge dello Stato” stabilire i termini entro cui questo debba avvenire. Un passo indietro di cui in questi anni si sono viste infinite repliche.

Di certo c’è che oggi, per la prima volta, si quantifica il taglio che si produrrebbe eliminando la “casta” di presidenti, consiglieri e assessori provinciali. E il conto, a ben vedere, non appare decisivo per le sorti del Paese: se infatti il costo dell’intero apparato politico delle 110 province italiane costa intorno ai 113 milioni di euro l’anno, il governo stima che nella nuova formulazione se ne risparmino, a regime, 65. E per ottenerli dovrà sudarseli. Ieri, infatti, il Consiglio delle Autonomie Locali del Piemonte ha chiesto al presidente della Regione Roberto Cota di porre la questione di legittimità costituzionale sul provvedimento del governo. È la prima dichiarazione di guerra ufficiale, dopo quelle piovute da presidenti di Provincia e dai vertici dell’Upi, l’Unione delle Province italiane.

È storia vecchia, ma è bene ricordarla, perché dell’abolizione delle Province si discusse anche all’assemblea Costituente, non tanto perchè si immaginasse la nascita di una “casta”, ma perchè si stava costruendo l’assetto del Paese. L’iniziale disposizione della Commissione dei 75 sperava di aver risolto la questione: “La Repubblica – scrisse – si riparte in Regioni e Comuni. Le province sono circoscrizioni amministrative di decentramento statale e regionale”. Nella formulazione finale del testo trovarono posto anche le Province. Province che sopravvissero al taglio anche negli anni a venire. Nel 1970, quando le Regioni divennero enti territoriali più strutturati, sembrava che la sorte di quegli “enti intermedi” fosse segnata. Invece fu quello un periodo di ulteriore fioritura.

A più riprese, se ne discusse negli anni a venire. Ne parlò la Commissione Bozzi (legislatura IX), ne continuò a discutere la commissione per le riforme presieduta da Ciriaco De Mita e da Nilde Iotti (legislature X e XI). Ovviamente fu oggetto di attenzione anche nella bicamerale di D’Alema, ma è nel 2001 che, con la Riforma del Titolo V, le Province sembravano aver trovato un riconoscimento pieno della loro esistenza: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”. È questo l’articolo della Costituzione che il decreto “salva Italia” prova a dribblare.

In questi anni, d’altronde, sono molte le proposte di legge che hanno provato a cancellare le Province, e diverse le province che frattanto sono andate nascendo: dal 2004, ad esempio, anche Fermo ha la sua, pur contando meno dei 200 mila abitanti richiesti dalla legge. Nel 2007, Report chiese all’allora ministro Linda Lanzillotta come mai, mentre il governo Prodi varava un “codice delle autonomie” che avrebbe fatto dimagrire molti enti pubblici continuavano a nascere nuove province con voto bipartisan. La Lanzillotta, nel consegnare la propria documentazione a Report, dimenticò di sottrarre un appunto all’emendamento firmato dalla prodiana Magistralli: “L’emendamento voluto da Enrico Letta riformulato da Sinisi con la presidenza del Consiglio”. Il resto è storia recente. Nel 2008 l’abolizione delle province la chiesero, con disegno costituzionale, gli esponenti della destra (Pastore, Comincioli, De Gregorio…). Arrivati al governo decisero di non mettervi mano. Votarono anche contro, questa estate, alla proposta dell’Idv Massimo Donadi, definita “populista”. Poi ad agosto una proposta arrivò da Tremonti, ma fu impallinata dalla Lega. Le Province hanno la pellaccia dura.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 dicembre 2011