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Cronaca | di Andrea Postiglione | 20 novembre 2011

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Napoli, chiude il terzo pronto soccorso
Da gennaio 3 posti letto ogni 1000 abitanti

Il governatore della Campania Caldoro ha deciso: il San Gennaro, ospedale di frontiera nel rione Sanità, deve chiudere i battenti. Colpa del Piano sanitario regionale e di quei soldi fermi a Roma da oltre due mesi. “Sono bloccate per alcuni adempimenti da fare”

Neanche la protesta, l’ennesima, organizzata dal comitato popolare, né le migliaia di firme raccolte riusciranno a fargli cambiare idea. Stefano Caldoro, governatore della Campania e Commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro del disavanzo sanitario regionale (la Regione da un anno e mezzo non ha un assessore regionale alla sanità), non sembra voler tornare sui suoi passi: il pronto soccorso del San Gennaro, ospedale di frontiera nel rione Sanità di Napoli, tra pochi giorni chiuderà i battenti. E allora di sanità, nel dedalo di vicoli del centro, resterà davvero poco.

Nella Regione dove l’assistenza pubblica costa più che altrove, con un’accisa regionale altissima e Irpef e Irap ai massimi livelli consentiti dalla legge. Ma tant’è, il Piano sanitario regionale approvato lo scorso anno per sanare il deficit sanitario è molto più che lacrime e sangue. È un vero e proprio stillicidio fatto di dismissioni, riconversioni e riduzioni di presidi e posti letto, il prezzo da pagare per convincere Giulio Tremonti a dare il via libera a circa un miliardo di euro destinati alla Campania. Risorse promesse da tempo e ferme a Roma da oltre due mesi. “Sono bloccate per alcuni adempimenti da fare”, diceva Caldoro, pochi giorni prima che Silvio Berlusconi lasciasse Palazzo Chigi.

Ora la speranza è che intervenga Mario Monti. Anche perché se i soldi sono fermi, il piano va avanti senza intoppi e i pronti soccorsi continuano a chiudere. Finora sono tre, entro la fine dell’anno saranno cinque, tutti al centro della città. Da gennaio a chi avrà bisogno di assistenza immediata non resterà allora che accodarsi a quanti già affollano gli ultimi due presidi rimasti in centro, il Cardarelli e il Loreto Mare, la cui gestione quotidiana già oggi è drammatica. Perché dove non arriva direttamente il piano di austerity regionale sono le sue conseguenze a farsi sentire, con risultati non meno drammatici. È cronaca di questi giorni: i lavoratori delle aziende di pulizia incrociano le braccia a causa dei ritardi nei pagamenti da parte della Regione, il livello igienico del Loreto Mare crolla a livelli del terzo mondo, e i pazienti si vedono costretti incredibilmente a firmare liberatorie che sollevano i medici da ogni responsabilità su possibili infezioni causate dallo stato di sporcizia in cui versano le sale operatorie. Anche per questo la direzione sanitaria ha deciso di sospendere le attività ordinarie del presidio ospedaliero fino a che non saranno ripristinate le condizioni di sicurezza per i pazienti e per il personale medico.

Eppure per il governatore nella sanità campana tutto va per il verso giusto: “Siamo riusciti a dimostrare e garantire una migliore organizzazione del settore – ha detto soddisfatto – Nessuno ha avuto il nostro stesso sblocco da Roma e questo significa che noi abbiamo lavorato bene”. Sarà, ma il difficile verrà quando il piano andrà a regime e i napoletani si troveranno con 795 posti letto in meno (più della metà dei tagli regionali complessivi) e una media di tre posti letto per mille abitanti. Uno in meno rispetto a Milano e, comunque, troppo poco per la terza città d’Italia.

A maggior ragione se la struttura che dovrebbe sostituire gli ospedali che chiudono e che chiuderanno, e garantire da subito 450 posti letto, il mastodontico Ospedale del Mare, è ancora un sogno. O meglio, uno scheletro alle falde del Vesuvio. La più grande struttura ospedaliera del sud, che comprende un albergo per i familiari dei pazienti, una palazzina amministrativa, un parcheggio multipiano e un centro commerciale, tutti firmati Renzo Piano, viaggia con almeno 3 anni di ritardo rispetto ai tempi di consegna previsti. E le gru sono ferme da mesi. L’ultimo intoppo è stato l’aumento dei costi per 44 milioni di euro dopo che la struttura è stata promossa da presidio ospedaliero ad Azienda di rilievo nazionale. Un altro ostacolo sulla strada della consegna del cantiere, che neppure il commissario ad acta nominato nel 2009 per accelerare i lavori, Ciro Verdoliva, è riuscito ad evitare, tanto che oggi i più ottimisti prevedono che la struttura sarà inaugurata solo nel 2014. Fino ad allora, chi a Napoli starà male non potrà che votarsi a San Gennaro. Al santo però, non all’ospedale. Quello sarà già chiuso da tempo.

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