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Nino Mandalà: “La Loggia e Schifanimi hanno voltato le spalle”

Condannato in Appello per associazione mafiosa, sui due senatori del Pdl dice: "Sono dei bastardi, mi hanno cancellato dalla loro vita dopo l'arresto di mio figlio". E sull'amicizia con il presidente di Palazzo Madama: "Dicono che lo tengo per le palle! Ma le pare che se così fosse non mi giocherei questa carta?"

Renato Schifani nell'illustrazione di Emanuele Fucecchi

Ieri sera, il programma Servizio Pubblico di Michele Santoro ha mandato in onda un’intervista a Nino Mandalà, condannato per mafia e considerato dai magistrati antimafia il boss di Villabate (Palermo) e uno dei personaggi chiave dei rapporti mafia-politica. Una figura centrale dell’indagine che vede inquisito per associazione mafiosa il presidente del Senato, Renato Schifani. Pubblichiamo l’intervista integrale.

La prima volta che ho incontrato Nino Mandalà era elegantissimo. “Vado bene come boss, ho il look giusto?”, e portando le mani al bavero del suo gessato color tabacco prosegue sorridendo: “Mi dica la verità, lei un boss non se lo immaginava così…”. L’appuntamento è in uno dei bar di Palermo più frequentati dalla politica siciliana che conta, da Mannino a Romano fino al presidente dell’Ars Francesco Cascio. Nino Mandalà, ha una condanna in appello a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa ed è libero per scadenza dei termini di custodia cautelare. A indicarlo come il “boss di Villabate” sono alcuni collaboratori di giustizia, fra cui Stefano Lo Verso. Pochi giorni fa lo stesso Lo Verso, l’ex vivandiere di Provenzano, ha raccontato ai pm di Palermo che il figlio di Mandalà, Nicola gli disse “di stare tranquillo, perché eravamo coperti sia a livello nazionale che a livello locale. A livello nazionale con Schifani, che era collega di suo padre”. Nicola Mandalà, che davanti ai giudici ha rivendicato la sua affiliazione, è l’uomo che ha accompagnato Bernardo Provenzano a Marsiglia per l’operazione alla prostata: oggi, sotto il regime del carcere duro, sconta una condanna all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Geraci. Questa intervista ricostruisce i diversi incontri che ho avuto nel-l’arco dell’ultimo anno con il dottor Antonino Mandalà. Un viaggio a più tappe, dalla sua vicenda giudiziaria, a quella del figlio, alle sue passate attività imprenditoriali che lo legano a personaggi di rilievo del panorama politico nazionale.

Lei è stato condannato per associazione mafiosa. Suo figlio Nicola è stato condannato all’ergastolo per omicidio.
Io non posso dimenticare che è mio figlio! La mia mente vorrebbe cancellarlo ma il cuore me lo impedisce. L’ho rivisto qualche giorno fa dopo cinque anni in cui non mi è stato concesso neppure di andarlo a trovare in carcere: è cambiato, la sofferenza lo ha migliorato.

Lui stesso in aula ha ammesso di essere un mafioso.
Lo so, non voglio assolverlo. Mio figlio però non è un criminale che sta vivendo con spavalderia la sua vicenda. E’ un uomo che sta soffrendo in carcere. Lei se lo immagina come può vivere un padre una situazione del genere?

E’ a causa di suo figlio se lei è finito nei guai.
Io sono la sua prima vittima.

Ma non c’è solo il fatto che suo figlio ha ammesso di essere mafioso, ci sono diversi collaboratori di giustizia che dicono che lei è mafioso.
Guardi, i pentiti che mi accusano non li prendo manco in considerazione! Se lei si legge le carte vede che questo pentito, Cusumano, si pente la stessa notte che è stato arrestato. E sa perché? Perché ha una tresca con mia nuora! E questo Cusumano lo sa bene che in quell’ambiente una cosa del genere non gliel’avrebbero fatta passare liscia. L’unica possibilità di salvarsi è saltare il fosso. E fa il suo nome. Aspetti… Nell’interrogatorio gli fanno fare l’organigramma della famiglia mafiosa di Villabate, e lui il mio nome non lo fa! Poi, furbescamente, il pubblico ministero gli chiede esplicitamente dei legami di Nino Mandalà con la mafia e lui dice: “E ’ normale che è mafioso: se è mafioso il figlio è mafioso anche il padre!”. Capisce? Responsabilità tribale! Tale figlio, tale padre!.

Tra i suoi accusatori c’è anche Francesco Campanella.
Guardi, c’è un colloquio intercettato dai Carabinieri il 4 aprile 2005. Lui aveva già deciso di collaborare e lo hanno messo alla prova per tendermi una trappola. Mi ha dato un appuntamento alla rotonda di Casteldaccia, vicino Palermo. Lo avevano imbottito di miscrospie. Mi dice: “Nino, tuo figlio Nicola mi ha detto che se gli succedeva qualcosa io dovevo rivolgermi a te per i soldi”.

Suo figlio e Campanella erano soci in un’agenzia di scommesse ippiche e aveva lasciato un mucchio di debiti.
E’ vero, più di 20 mila euro. Ma quando Campanella mi viene a parlare di soldi io gli dico: “Mascalzone, ti mangio il cuore! Mi hai tenuto all’oscuro su tutto quello che faceva mio figlio e adesso mi vieni a chiedere i soldi!”. Ma la Procura questa conversazione non l’ha messa agli atti!.

Perché secondo i magistrati lei sapeva che Campanella era pieno di microspie e quindi la sua reazione non è attendibile.
Ma siamo ad aprile e Campanella si sarebbe pentito ufficialmente solo a settembre! Come facevo a saperlo? Eh beh, il cerchio si stava stringendo e lei era molto guardingo! Se ascoltasse l’audio di quella registrazione mi sentirebbe dire: “disgraziato, mascalzone, siete tutti dei bastardi, mi avete nascosto tutto! Io non c’entro nulla con voi!”. Se ero mafioso, Campanella mi poteva dire: “Nino, ma che stai dicendo, insieme abbiamo fatto questo e quest’altro…”. Invece nulla! C’è mancato poco e gli mettevo le mani addosso, perché io sono un po’ manesco quando mi saltano i nervi. E poi a Campanella già gliele avevo date una volta”.

Come mai?
Mi aveva rubato un cliente, eravamo nel ramo delle assicurazioni. I pentiti però raccontano che suo figlio diceva in giro: “Se mi arrestano mio padre prende il mio posto”. Nicola può anche averlo detto, questi sono affari suoi. Beh no, sono pure affari suoi se dice una cosa del genere! Ma lui può dire di me o avere progetti su di me, poi bisogna vedere se io sono d’accordo! E poi nelle intercettazioni mio figlio si raccomanda sempre: “Non fate gli sbirri, non dite niente a mio padre, tenetelo all’oscuro di tutto!”. Ma secondo lei questo è l’atteggiamento di un affiliato?.

Signor Mandalà, lei è un uomo molto rispettato a Villabate.
Rispettatissimo sì, una volta. Avevo fatto tante cose buone, c’è gente che lavora grazie a me perché sono riuscito a dargli un futuro. Oggi sono stato abbandonato da tutti e sono andato via da Villabate. Da quando hanno arrestato mio figlio la gente quando mi vede si volta dall’altra parte.

Lei è stato per molti anni un politico influente a Villabate, dove il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.
Ma non è mai stato trovato qualcosa di illegale che fosse riconducibile a me. Nel 1994 io ero presidente di un club di Forza Italia e non ero coinvolto in nessuna inchiesta. Ero nel coordinamento provinciale, c’entrava la mafia pure lì? Facevamo le liste per il sindaco e io dicevo la mia opinione. Ero un responsabile politico, per quale motivo non dovevo determinare la maggioranza e il sindaco?.

Nel 1995 l’attuale Presidente del Senato Renato Schifani viene nominato consulente del Comune di Villabate per progettare alcune varianti del Piano regolatore?
Per quanto io non lo stimi, Schifani è stato mio socio e poi, è vero, ha avuto un incarico a Villabate. Una consulenza decisa da lei. Schifani è stato chiamato dal sindaco Navetta. Ci potrebbe anche stare che io mi sia interessato per fargli avere l’incarico, che male ci sarebbe?.

Ma lei si è adoperato per farglielo avere quell’incarico di consulenza?
Non glielo dico. Dico soltanto che l’avvocato Schifani era in quel momento forse il più quotato professionista al quale potesse aspirare il Comune. Era uno degli avvocati specializzati in urbanistica più preparati che c’erano, non solo a Palermo, ma in tutto il Sud Italia. Tutti i più grossi imprenditori edili si rivolgevano a lui.

Adesso però lei ce l’ha a morte con Schifani e anche con il senatore Enrico La Loggia.
La Loggia e Schifani sono dei bastardi, perché quando c’è un rapporto di amicizia…

Quindi tra lei, La Loggia e Schifani c’era un rapporto di amicizia?
Insomma loro vengono al mio matrimonio, con La Loggia abbiamo fatto le vacanze assieme, a casa sua io ero invitato alle feste insieme a Schifani… Eh insomma come la vuole chiamare? E’ amicizia o no? E un amico si comporta così solo perché nel 1995 arrestano mio figlio e dopo un mese lo scarcerano perché è risultato completamente innocente? E loro mi cancellano dalla loro vita? Perché non lo devo dire che sono dei bastardi?

Ma è vero che lei esercita un’influenza così grande sul presidente del Senato?
Dicono che io Schifani lo tengo per le palle! Ma le pare che se così fosse non mi giocherei questa carta? Secondo lei mi preoccupo più di salvare Schifani che me stesso? Non ho nulla per danneggiare Schifani!.

E’ Schifani che sembra in imbarazzo per avere intrattenuto rapporti con lei.
Si sente in imbarazzo per essere stato mio amico? E che ci posso fare, affari suoi!.

Schifani ha testimoniato al suo processo.
Il signor Schifani, quando è venuto a testimoniare al mio processo, sebbene noi ci fossimo sempre dati del tu, parlava di me come de “il Mandalà”. Questo è Renato Schifani: un miserabile! Il Manda-là”… E chi è? Mi davi del tu fino a ieri! E allora tanto per cominciare almeno dici “il dottor Mandalà”.

Quando suo figlio Nicola viene arrestato, tutti gli amici le voltano le spalle. In un’intercettazione ambientale con Simone Castello, l’autista di Bernardo Provenzano, lei racconta di essere rimasto malissimo con il senatore La Loggia perché non le ha fatto neppure una telefonata.
Non sapevo di essere intercettato, era un colloquio privato. Io a Simone Castello l’ho visto nascere, è di Villabate. Quando c’è stato quel colloquio era sotto indagine, si doveva preoccupare delle microspie più lui di me. Ci frequentavamo, ma nessuno sapeva che l’altro era sotto indagine.

Lei racconta a Castello di aver minacciato il senatore Enrico La Loggia di raccontare in giro che suo padre era un mafioso.
Io a Enrico La Loggia lo volevo fare spaventare.

E c’è riuscito. Sempre in quella intercettazione racconta di averlo fatto piangere. Come andarono le cose?
Molto semplicemente. Quando lo incontrai gli dissi: “Tu che fai tanto il puritano, te lo ricordi dove li andava a prendere i voti tuo padre?”.

Il padre di Enrico La Loggia era Giuseppe La Loggia, uno dei padri dello Statuto siciliano.
Io ero amico di Giuseppe La Loggia, nulla a che vedere con il figlio. Quello era un uomo con il quale avevo un bellissimo rapporto, lo sostenevo.

Lo accompagnava anche in campagna elettorale.
Certo. Allora neanche si riconosceva l’esistenza della mafia. Dove andava La Loggia andavano tutti. Io non sono mafioso, ma ho la sensibilità di percepire gli ambienti, capivo a chi si rivolgevano.

E a chi si rivolgevano?
Si rivolgevano a un certo mondo su cui allora non c’era l’attenzione di oggi. Ma dico, a quel tempo accadeva: l’uomo di rispetto aveva un suo potere che veniva utilizzato da tutti. Si pescavano voti senza porsi il problema se uno era mafioso oppure no. Ma non è che con questo sto dicendo che La Loggia era mafioso! Era uno che cercava voti dove capitava.

E oggi è cambiato molto il sistema?
Una volta, se c’era uno senza arte né parte che aveva bisogno di aiuto e protezione, il boss si spendeva. Questo determinava una certa gratitudine. Oggi questo non succede più. Oggi un povero cristo di putìaro (negoziante, ndr) apre la saracinesca ogni mattina e il primo pensiero è di incassare quei soldi che deve dare alla mafia. Questo è bestiale. Si stupisce se le dico che oggi la mafia non è più nelle condizioni di controllare i voti? La mafia non è più nelle condizioni di dare alla gente le risposte che la gente vuole.

E lei come vive oggi?
Io sono un uomo completamente povero. Non ho più nulla, non ho più il mio lavoro, vivo con 500 euro al mese. Lei dice che se ero un mafioso non chiedevo alla mafia di Villabate di aiutarmi? Ma lei se lo immagina un capo-mafia che vive così?.

Allora, dottor Mandalà, me la concede questa intervista?
Ma lei ne ha parlato con qualcuno dei nostri incontri?.

Certo.
E con chi?.

Con Michele Santoro. Lui lo sa che ci siamo già visti un po ‘ di volte.
Guardi, io non ho subito ancora nessuna sentenza definitiva e non vorrei che Santoro ci ricamasse sopra con battutine e frecciatine. Glielo dico chiaramente: il rischio maggiore alla fine lo corre lei. Se l’intervista non dovesse soddisfarmi, verrebbe meno la mia stima nei suoi confronti…

di Dina Lauricella

da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2011