Il triplice omicidio di Brescia dell’estate del 2006, che comportò la strage dell’intera famiglia Cottarelli: padre, madre e figlio di diciassette anni, da oggi rimane senza colpevoli. Vito e Salvatore Marino, due cugini di Paceco in provincia di Trapani, ritenuti dall’accusa gli autori del delitto e già condannati all’ergastolo nel giugno scorso dalla Corte d’Assise d’Appello della città della Loggia, sono stati scagionati dalla Cassazione. La Suprema corte ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando alla celebrazione di un nuovo processo, con gli stessi imputati, ma a Milano e non più a Brescia.

I cugini sono imparentati con un boss del trapanese. Vito è il figlio e Salvatore il nipote, di Girolamo Marino, esponente della mafia perdente, ucciso a metà degli anni ottanta su mandato di Matteo Messina Denaro che stava coi Corleonesi. Ecco perché la Direzione distrettuale antimafia di Brescia, aggiunse al capo d’imputazione per i due siciliani “l’aggravante d’aver commesso i fatti al fine di agevolare l’attività dell’organizzazione mafiosa denominata ‘Cosa Nostra’ “.

Gli imputati, in primo grado, vennero assolti dalla Corte d’Assise di Brescia. Ma la Procura non si diede per vinta e nel presentare appello rimarcò che per i Marino “il responsabile del crollo di un progetto, di un sogno vissuto anche come un momento di riaffermazione personale, familiare e sociale dopo il brutale assassinio nel 1985 di Girolamo, aveva un solo nome. Angelo Cottarelli”.

Aveva 56 anni l’imprenditore bresciano quando fu ucciso. Il delitto si consumò nella taverna della villa di famiglia, a Urago Mella, un quartiere residenziale di Brescia. Prima dell’uomo furono giustiziati la moglie, Marzenne Topar di 41 anni e origini polacche, e il figlio Luca. A entrambi fu sparato in testa e poi recisa la gola con un fendente. L’imprenditore fu lasciato agonizzante: si spense poco dopo durante il viaggio in ambulanza.

Angelo Cottarelli aveva messo in piedi una “cartiera” a vantaggio dei Marino. Sicuramente non aveva nulla in comune col mondo malavitoso di cui facevano parte i due siciliani, ma le amicizie pericolose non gli mancavano. Aveva conosciuto i trapanesi in un night club di Gussago, alla periferia di Brescia.

In un’operazione della Digos del 2009 (la Didone), s’è scoperto che su quel locale, nello stesso periodo, stava tentando d’infiltrarsi la ‘ndrangheta. Il titolare, che era un confidente dei Ros, riuscì a evitarlo e denunciò alla magistratura i suoi aguzzini: i membri di una famiglia legata ai Piromalli di Gioia Tauro. Nel frattempo raccontò agli inquirenti quello che sapeva sulle persone che Cottarelli frequentava nel suo night.

Riferì che nell’ultimo periodo se la faceva con dei siciliani, ai quali aveva promesso una buona quantità di fatture false. L’imprenditore di Urago Mella, attraverso una sua società, la Dolma srl, faceva risultare spese inesistenti effettuate dalle aziende dei siciliani, così che le stesse potessero avvantaggiarsi dei rimborsi che metteva loro a disposizione la legge 488 del 1992: fondi europei erogati per attività imprenditoriali in zone depresse.

E qui, secondo il pm bresciano che coordinò le indagini, Paolo Savio, stà il movente dell’omicidio. Cottarelli si tenne per sé una parte di quegli introiti accumulati illegalmente e i Marino, già in sofferenza economica, nel tentativo di recuperare qualcosa, persero la testa e commisero la strage. Questa lo scenario dipinto dall’accusa, che alla prova dei fatti non ha retto.

La vicenda s’arricchisce della presenza d’un super-testimone: Dino Grusovin. Sulla sua carta d’identità c’è scritto essere un architetto milanese, ma in realtà è un faccendiere con la passione per la finanza creativa. Il giorno della strage ha dichiarato d’essere stato in compagnia dei due Marino e di essere entrato con loro a casa Cottarelli. Lui doveva prendere il posto dell’imprenditore bresciano, che a causa di quegli ammanchi i Marino volevano estromettere.

È Grusovin ad accusare del triplice omicidio i due trapanesi. Ma lui non ha visto nulla: durante il delitto è stato tutto il tempo legato in cugina. Secondo la difesa dei siciliani tutto l’impianto accusatorio è crollato perché la Cassazione ha giudicato inattendibile la testimonianza di Grusovin, che nel frattempo ha pensato bene di rendersi irreperibile.

Un nuovo processo ora si celebrerà a Milano. Brescia ha una sola sezione di Corte d’Assise d’Appello, ma nel caso di rinvio da parte della Suprema corte la legge prevede che sia un giudice diverso a celebrare un successivo dibattimento, ecco il perché del trasferimento nel capoluogo lombardo.

Intanto i Marino sono stati scarcerati. “Una scelta logica – dice uno dei loro legali, Giuseppe Palermo avvocato del foro di Trapani -. Perché tenerli in carcere se su di loro, allo stato dei fatti, non esiste nessuna prova attendibile di colpevolezza?” Ora si attendono le motivazioni dell’annullamento sancito dalla Cassazzione, mentre sulla Leonessa tornano ad addensarsi grigi nuvoloni d’una strage irrisolta.